Le auto elettriche usate accelerano, il caro-carburanti innescato dalla guerra in Iran cambia le scelte degli automobilisti europei
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Redazione Economia
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Il conflitto in corso tra Stati Uniti, Israele e Iran, lungi dal rappresentare soltanto una crisi diplomatica o militare circoscritta, sta producendo effetti tangibili e immediati sul fronte economico e, in particolare, sul settore della mobilità. Secondo un report dell’agenzia Reuters, che ha raccolto le valutazioni di analisti operanti su diverse piattaforme online di compravendita di veicoli di seconda mano, si registra un’impennata significativa nella ricerca di auto elettriche usate. Un fenomeno, questo, direttamente collegato all’aumento vertiginoso dei prezzi dei carburanti tradizionali: stando ai dati della Commissione europea aggiornati al 16 marzo, il conflitto – scoppiato il 28 febbraio – ha determinato un rincaro medio della benzina pari al 12%, una mazzata per i bilanci familiari che sta riscrivendo le priorità di chi è costretto a mettersi in viaggio ogni giorno.
A guidare questa riorganizzazione della domanda è dunque la leva economica, più che una conversione ideologica verso la sostenibilità. Se in passato l’acquisto di un’auto elettrica, soprattutto sul mercato dell’usato, poteva rappresentare una scelta di nicchia, oggi diventa una risposta quasi obbligata all’escalation dei costi. In Germania, ad esempio, il quotidiano economico Handelsblatt ha documentato un dato emblematico: le ricerche sui siti specializzati nella compravendita di auto usate sono triplicate dall’inizio di marzo, mentre i concessionari hanno riferito di un incremento delle richieste pari al 66%. Una tendenza che, secondo gli analisti, non si limita al solo mercato tedesco, ma si sta replicando con intensità variabile anche in Francia, Romania, Polonia e Portogallo, segno che il disagio legato al costo del pieno di benzina o diesel è un denominatore comune a gran parte del continente.
Parallelamente a questa dinamica legata al mercato secondario, un’analisi condotta da Bloomberg getta luce su un altro effetto strutturale del conflitto, che riguarda invece il quadro energetico globale. I veicoli elettrici puri (BEV) e ibridi plug-in (PHEV), nonostante rappresentino ancora una minoranza nel parco auto circolante, hanno collettivamente contribuito a una riduzione della domanda di petrolio valutata in 2,3 milioni di barili al giorno. Un dato che assume un peso specifico notevole in un momento in cui le tensioni geopolitiche – e gli attacchi militari che ne sono scaturiti – minacciano le rotte commerciali e la stabilità dell’offerta, rendendo ogni barile risparmiato un elemento di resilienza per i Paesi importatori.
Il ruolo delle nazioni asiatiche ed europee, in questo nuovo scenario, diventa centrale. L’economista Aisha Al-Sarihi, esperta di cambiamento climatico e transizione energetica presso il Middle East Council on Global Affairs di Doha, ha sottolineato su Nature come la guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran abbia avuto il merito – per così dire – di rendere impossibile ignorare le fragilità strutturali del panorama energetico globale. Non si tratta, avverte l’esperta, di una crisi limitata al prezzo della benzina o del gasolio: gli Stati del Golfo, infatti, detengono una posizione dominante in comparti strategici altrettanto delicati, rappresentando circa il 35% della produzione mondiale di fertilizzanti, estraendo un terzo dell’elio mondiale e producendo quasi la metà dello zolfo. Un intreccio, questo, che lega la volatilità dei prezzi alla sicurezza delle filiere industriali, spingendo governi e consumatori a ricercare alternative per ridurre l’esposizione a simili shock.
L’impatto sulle abitudini di consumo e il ruolo delle piattaforme di compravendita
L’analisi condotta da Reuters si concentra sul comportamento degli utenti all’interno delle piattaforme digitali di compravendita, vere e proprie cartine di tornasole del sentiment dei consumatori. È proprio in questi spazi che si è manifestata con maggiore evidenza l’accelerazione della domanda per il segmento delle elettriche usate. Se inizialmente, dopo l’avvio del conflitto, si era assistito a un momento di stasi – quasi come se il mercato avesse tirato il freno a mano in attesa di capire l’evoluzione degli eventi – l’effetto combinato dei rincari e della consapevolezza della durata della crisi ha innescato una reazione opposta. Gli analisti consultati dall’agenzia descrivono una clientela che, in precedenza magari titubante riguardo all’autonomia o alla durata delle batterie, si trova oggi a riconsiderare le proprie priorità, spostando l’attenzione dai costi di acquisto iniziali ai risparmi sul lungo termine offerti dalla mobilità elettrica.
La geopolitica del Golfo e le ripercussioni sulle filiere industriali
L’aumento delle richieste per le auto elettriche usate, per quanto significativo, rappresenta solo la punta dell’iceberg di una riorganizzazione più profonda imposta dal conflitto. L’intervento di Aisha Al-Sarihi su Nature fornisce una chiave di lettura che va oltre la semplice dinamica domanda-offerta di carburante. L’esperta evidenzia come la regione del Golfo, epicentro dell’attuale crisi, non sia solo il cuore pulsante dell’estrazione petrolifera, ma anche un nodo nevralgico per la produzione di materiali essenziali all’industria e all’agricoltura. La concentrazione di risorse come l’elio, lo zolfo e i fertilizzanti in quest’area significa che le tensioni militari rischiano di creare strozzature in settori cruciali, dall’elettronica all’agroalimentare. Di conseguenza, la spinta verso le auto elettriche – anche e soprattutto nel mercato dell’usato, più accessibile – si inserisce in un movimento più ampio di diversificazione delle fonti e di riduzione della dipendenza da una regione geograficamente instabile.
L’evidenza numerica dal mercato tedesco e l’estensione al resto d’Europa
I numeri forniti dal quotidiano Handelsblatt relativi al solo mercato tedesco sono emblematici per comprendere la portata del fenomeno. Il triplicarsi delle ricerche online e il +66% delle richieste ricevute dai concessionari non sono dati che gli analisti attribuiscono a una moda passeggera, bensì a una reazione contingente a una necessità economica immediata. L’aumento del 12% del costo della benzina – che incide in modo pesante sui costi fissi di chi utilizza l’auto per lavoro o per spostamenti quotidiani – ha agito da acceleratore. Quello che rende il trend particolarmente interessante per gli osservatori è la sua trasversalità geografica: mentre la Germania rappresenta il motore economico del continente e spesso anticipa le tendenze di consumo, il fatto che lo stesso schema si stia ripetendo in Paesi con redditi medi diversi come Francia, Romania, Polonia e Portogallo suggerisce che il fattore scatenante (il caro-carburanti) stia agendo con efficacia trasversale, superando le tradizionali barriere culturali che in passato avevano frenato l’adozione dell’elettrico in alcune aree d’Europa.




