Il caro-carburanti e l'accelerazione dei prezzi tra speculazione e crisi internazionale
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Redazione Economia
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Non è solo la cronaca di un rincaro stagionale o di una fiammata destinata a rientrare nel giro di poche settimane; l’aumento dei prezzi di benzina e gasolio che si sta registrando in queste ore sulle pompe italiane ha il sapore amaro di una tempesta perfetta, dove fattori geopolitici e dinamiche di mercato si intrecciano con decisioni di politica interna e, stando alle accuse di alcune categorie, con manovre speculative che nulla avrebbero a che fare con i reali costi di approvvigionamento. Le associazioni dei gestori, in particolare la Faib Confesercenti, puntano il dito senza mezzi termini contro le grandi compagnie petrolifere: se si vuole davvero capire chi stia spingendo al rialzo i listini, suggeriscono, basterebbe impostare il navigatore non verso l’ultimo distributore conveniente della provincia, ma direttamente verso le sedi centrali delle major, accusate di aver applicato ritocchi fino a sei centesimi al litro nell’arco di una notte, scaricando l’onere sui gestori e lasciando i consumatori interdetti davanti a tabelloni che, in molti casi, hanno già sfondato il tetto psicologico degli 1,80 euro per il self-service e dei due euro per il servito.
Se da un lato le tensioni in Medio Oriente rappresentano il detonatore principale di questa ennesima crisi — con la chiusura dello Stretto di Hormuz, passaggio cruciale per un quinto del petrolio mondiale, che ha fatto balzare le quotazioni del Brent e del gas naturale in percentuali a doppia cifra in poche ore — dall’altro lato gli analisti sottolineano come gli effetti reali del caro-greggio impieghino tecnicamente qualche giorno per tradursi in prezzi finali alla pompa, rendendo ancora più sospetta la velocità della corsa al rialzo. Nomisma Energia, per voce del suo presidente Davide Tabarelli, ha provato a fare chiarezza sull’intricata situazione, spiegando che il balzo del petrolio verso gli 82 dollari al barile e l’impennata del 40% del gas al Ttf di Amsterdam sono conseguenze dirette del blocco navale e dell’attacco coordinato da Stati Uniti e Israele contro l’Iran, un conflitto che ha riacceso i timori di uno shock energetico paragonabile a quelli del passato, sebbene con dinamiche differenti data la maggiore dipendenza europea dal Gnl via mare.
La doppia morsa del conflitto e la denuncia dei benzinai
In questo clima di incertezza, i riflettori si accendono anche sulle ripercussioni locali di uno scontro globale che, come evidenziato dalle parole di Bruno Bearzi, presidente della Figisc-Confcommercio nazionale, rischia di amplificare fenomeni speculativi ben più pericolosi del reale andamento del mercato. Bearzi ha lanciato l’allarme a stretto giro dall’escalation, avvertendo che mentre l’Opec prova a tamponare l’emergenza con un moderato aumento della produzione, l’Europa — marginalmente esposta agli acquisti diretti dai Paesi oggi in fiamme — potrebbe paradossalmente subire i contraccolpi peggiori proprio da chi, in Borsa, scommette sull’estensione del conflitto. Dello stesso tenore le dichiarazioni raccolte in Puglia, dove il vicepresidente nazionale della Figisc, Paolo Castellana, ha sottolineato come i gestori si trovino in una morsa: non solo vedono crescere il prezzo d’acquisto del prodotto senza poter intervenire sui margini, che restano fissi al litro e non in percentuale, ma devono anche fare i conti con la rabbia silenziosa degli automobilisti che, come descritto da più testimonianze, rallentano guardano le cifre e spesso ripartono senza fare rifornimento, con un’espressione di rassegnazione stampata in volto.
La situazione, inoltre, si innesta su un contesto nazionale già reso instabile dalla recente manovra fiscale. Dal primo gennaio, infatti, il governo ha proceduto al riallineamento delle accise su benzina e gasolio, aumentando di circa quattro centesimi al litro la tassazione sul diesel nell’ambito di una revisione che mira a eliminare i cosiddetti sussidi ambientalmente dannosi, come più volte sollecitato dall’Unione Europea. Questo intervento, che da solo ha ribaltato la storica convenienza del gasolio portandolo a costare più della verde per la prima volta dal febbraio 2023, aveva già messo a dura prova le tasche degli automobilisti e la tenuta delle imprese di autotrasporto, le quali ora si trovano a dover assorbire un doppio shock: quello fiscale, già incassato, e quello geopolitico, che rischia di far schizzare i listini verso quota due euro in modo stabile e non più solo come episodica punta autostradale.
L’impatto sui territori e le strategie di sopravvivenza
Scorrendo la mappa dei rincari aggiornata dal Mimit, emerge un Paese spaccato in due, dove accanto a regioni che trattengono il fiato ce ne sono altre dove i prezzi hanno già superato ogni previsione. Se in provincia di Lecce si registra un picco di 2,229 euro al litro per il diesel in modalità servito, e in molte aree del Sud come la Puglia e la Basilicata i listini viaggiano stabilmente sopra la media nazionale, al Nord la preoccupazione si concentra soprattutto sugli effetti a catena che questi aumenti provocheranno sul sistema produttivo. In Friuli Venezia Giulia, terra storicamente votata all’export e alla logistica, il presidente di Confindustria Alto Adriatico, Michelangelo Agrusti, ha sottolineato come il nodo non sia solo il prezzo del petrolio in sé, ma la combinazione letale tra instabilità geopolitica e possibili derive speculative, in un’area che fino al 2023 esportava verso Teheran merci per quasi trenta milioni di euro all’anno. Peraltro, lo stesso Agrusti ha inserito la crisi energetica in un quadro più ampio di trasformazioni epocali, dove il costo delle materie prime diventa quasi un effetto collaterale della necessità, a suo dire prioritaria, di ridisegnare gli equilibri mediorientali.
Sul fronte delle soluzioni pratiche, l’unica strada percorribile nell’immediato, suggerita a malincuore dalle stesse associazioni di categoria, è quella di un utilizzo più razionale e parsimonioso dell’auto privata, oltre al monitoraggio costante dei prezzi attraverso gli strumenti messi a disposizione dal ministero, come l’Osservatorio carburanti, che aggiorna in tempo reale le tariffe praticate dai singoli distributori permettendo agli automobilisti di scegliere le soluzioni più convenienti nel raggio di pochi chilometri. Non mancano, tuttavia, segnali contraddittori: se da un lato il prezzo medio nazionale del gasolio si attesta intorno a 1,74 euro al litro e quello della benzina a 1,70, dall’altro lato la fotografia scattata sulle reti autostradali mostra realtà completamente diverse, con punte che già ad inizio anno toccavano i 2,033 euro per il diesel servito, rendendo la variabile della tipologia di rifornimento — se in autostrada o sulla statale, se con o senza assistenza — un elemento discriminante per il portafoglio delle famiglie.




