Il Congresso Usa avanza la proposta di abolire le sanzioni del Caesar Act contro la Siria

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il Congresso degli Stati Uniti, in un gesto che segna un significativo cambio di rotta nella politica estera, ha incluso nel mastodontico National Defense Authorization Act per l'anno 2026 la disposizione che abrogherebbe le sanzioni imposte alla Siria dal cosiddetto Caesar Act. La norma, approvata dalla Camera dei Rappresentanti, prevede la cessazione di quel complesso regime di restrizioni economiche e finanziarie, originariamente concepito per isolare il governo di Damasco, il quale – dopo il recente riconoscimento internazionale dell'esecutivo ad interim guidato da Ahmad al-Sharaa – vede ora aprirsi uno scenario inedito. Questo passaggio legislativo, che deve ancora completare il suo iter al Senato, non rappresenta un evento isolato, bensì l'ultimo tassello di una più ampia e graduale normalizzazione dei rapporti, proceduta di pari passo con gli sviluppi sul campo e con il riassestamento degli equilibri regionali.

Il volto di una capitale tra le macerie della guerra

L’atmosfera che si respira in alcune periferie di Damasco, come alla rotonda di Daraya, sembra offrire uno spaccato tangibile di quella che molti percepiscono come una nuova fase. In quella che fu una delle roccaforti della protesta nel 2011 e, successivamente, teatro di un lunghissimo e devastante assedio, il traffico caotico di auto e camion diventa oggi il simbolo di una ritrovata, seppur faticosa, normalità. I siriani che si dirigono verso il centro, molti dei quali rientrati dopo anni di esilio forzato, non hanno dimenticato gli orrori del conflitto, i quali – come dimostrano le inchieste giudiziarie internazionali ancora in corso – hanno lasciato cicatrici profonde nella società e nel tessuto urbano, ridotto in estese aree a un cumulo di macerie. La loro determinazione nel ricostruire esistenze e case, del resto, procede in un contesto nazionale dove la stabilità, sebbene precaria, ha soppiantato il fragore delle armi.

Una nazione trasformata in scacchiera geopolitica

A un anno dalla caduta del precedente regime, il Paese non ha infatti conosciuto una pacificazione unitaria, trovandosi piuttosto frammentato in zone di influenza che riflettono gli interessi delle potenze regionali. La Turchia mantiene una presenza militare nel nord, mentre Israele conduce occasionali operazioni mirate, spesso contro obiettivi legati all’Iran: due attori, questi, che agiscono con il tacito assenso, quando non con l’appoggio logistico, di Washington. Questa complessa partita, nella quale gli Stati Uniti hanno progressivamente ridotto il proprio profilo militare diretto preferendo un ruolo di regia, ha di fatto trasformato la Siria in uno spazio conteso, dove la sovranità di Damasco è parziale e negoziata. L’abrogazione del Caesar Act, pertanto, si inserisce in una logica di realpolitik, che riconosce l’impossibilità di un ribaltamento dell’attuale assetto e punta a stabilizzare l’area attraverso un coinvolgimento economico.

Le implicazioni di una svolta annunciata

La rimozione di quello che era considerato l’ultimo grande ostacolo al reinserimento della Siria nel circuito economico globale apre dunque prospettive di cooperazione internazionale fino a poco tempo fa impensabili. Le autorità di Damasco, che hanno accolto con favore la mossa del Congresso americano, si dichiarano pronte a avviare nuove partnership, soprattutto nei settori strategici della ricostruzione delle infrastrutture e dell’energia. Tale processo, se da un lato potrebbe portare un afflusso di capitali e tecnologie, dall’altro solleva interrogativi non banali sugli effettivi benefici per la popolazione, stremata da oltre un decennio di crisi, e sulla capacità del nuovo esecutivo di garantire una equa distribuzione delle risorse. Resta, sullo sfondo, l’eredità pesantissima di un conflitto i cui conti giudiziari, per le molte vittime civili e le gravi violazioni accertate, sono ancora ben lontani dall’essere saldati.

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