Cyber attacchi, rapporto Clusit 2026: nel mondo crescono del 49 per cento e l’Italia finisce nel mirino di attivisti e criminali informatici
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Redazione Economia
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L’anno che si è appena chiuso, il 2025, verrà ricordato dagli esperti di sicurezza informatica come un periodo di svolta per quanto riguarda l’instabilità digitale, con numeri che non hanno precedenti nella serie storica iniziata nel 2011. Il rapporto curato dall’Associazione Italiana per la Sicurezza Informatica, il Clusit, e che verrà presentato ufficialmente il 17 marzo in apertura dei lavori del Security Summit di Milano, fotografa una realtà complessa nella quale gli attacchi gravi a livello globale hanno raggiunto quota 5.265, segnando un incremento del 49% rispetto all’anno precedente. Dietro questo dato grezzo, che di per sé racconta di una recrudescenza del fenomeno, si cela una trasformazione profonda delle modalità operative dei criminali informatici, i quali, come evidenziano anche i centri di competenza di Fastweb + Vodafone, hanno ormai industrializzato i propri processi, rendendo la minaccia pervasiva e costante. Nel nostro paese, in particolare, la situazione appare ancora più delicata se si considera che circa un attacco su dieci tra quelli avvenuti nell’intero pianeta ha avuto come bersaglio realtà italiane, un dato sproporzionato rispetto al peso specifico del paese e che merita un’analisi approfondita.
L’Italia, infatti, con i suoi 507 incidenti critici censiti, non solo ha fatto registrare un aumento del 42% rispetto al 2024, ma si conferma un osservatorio privilegiato per comprendere le dinamiche ibride della guerra cibernetica contemporanea. Se a livello globale il crimine informatico, mosso prevalentemente da fini estorsivi e di profitto, continua a dominare la scena coprendo circa il 90% degli eventi, nel contesto nazionale si assiste a un fenomeno che sta assumendo contorni sempre più definiti: la crescita esponenziale dell’hacktivism. I gruppi di attivisti digitali, spesso legati a tensioni geopolitiche internazionali e a conflitti che si combattono anche sui server oltre che sul campo, hanno raggiunto una quota del 39% delle aggressioni subite dalla penisola, un numero che fa riflettere sulla natura sempre più politica e dimostrativa di molti attacchi, i quali mirano a colpire il cuore simbolico delle istituzioni piuttosto che il portafoglio dei cittadini.
La pubblica amministrazione nel mirino e l’evoluzione delle tecniche di attacco
I settori colpiti raccontano con precisione chirurgica quali siano le priorità di chi opera nell’ombra del web. Il comparto governativo, che include anche le forze dell’ordine e l’ambito militare, è risultato il più bersagliato in assoluto, assorbendo oltre il 28% degli incidenti totali, con un incremento che sfiora il 300% in valore assoluto. A seguire, troviamo il settore manifatturiero, dove ben il 16% degli eventi mondiali ha riguardato aziende italiane, a testimonianza di come il tessuto produttivo, cuore dell’economia nazionale, sia esposto a rischi crescenti che vanno dalla proprietà intellettuale alla continuità operativa. Parallelamente, l’analisi condotta su oltre sette milioni di indirizzi pubblici dal team di 7Layers, società specializzata in cybersecurity, ha permesso di intercettare oltre 87 milioni di eventi di sicurezza, con un aumento del 26% su base annua, e di tracciare l’evoluzione delle minacce, tra le quali spiccano gli attacchi cosiddetti “zero-day”, quelli che colpiscono vulnerabilità sconosciute agli stessi produttori di software e per le quali non esiste ancora una difesa immediata.
Il malware resta protagonista ma la tecnologia avanza con l’intelligenza artificiale
Se il malware, il codice malevolo che si insinua nei dispositivi, rimane lo strumento preferito dai criminali ed è responsabile di circa un quarto degli incidenti globali, in Italia si è registrata una crescita esplosiva degli attacchi di tipo DDoS, ovvero quelli che sovraccaricano i siti web di richieste fino a renderli irraggiungibili, passati dal 21 al 38,5% dei casi nel solo 2025. Questa tecnica, spesso prediletta dagli attivisti per il suo forte impatto mediatico e la sua capacità di creare disagio e visibilità, viene utilizzata con finalità dimostrative, come hanno spiegato i ricercatori del Clusit, ma non per questo risulta meno pericolosa per la tenuta dei sistemi. In questo scenario di minaccia crescente, l’intelligenza artificiale gioca un doppio ruolo, essendo ormai profondamente integrata sia nelle strategie offensive, per la generazione di codice malevolo e la raffinazione delle tecniche di phishing, sia in quelle difensive, dove aiuta a ridurre i falsi positivi e a riconoscere pattern anomali con una precisione prima impensabile, anche se, come osserva Anna Vaccarelli, presidente di Clusit, l’avvento dei sistemi agentici autonomi introduce nuove vulnerabilità potenzialmente manipolabili.




