Il sindaco di Milano e quella “negoziazione creativa” che non convince i pm

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Sport Redazione Sport   -   Non c’è stato un “sì” secco, martedì mattina, quando gli uomini della Guardia di Finanza hanno bussato alla porta dell’ufficio di Christian Malangone, direttore generale di Palazzo Marino e, di fatto, il braccio destro del primo cittadino. A differenza degli altri otto indagati nell’inchiesta che ha messo sotto la lente la vendita del Meazza, Malangone ha scelto una strada che, per un “colletto bianco” al centro di un’operazione giudiziaria, suona come una sfida al silenzio: ha negato agli inquirenti i codici di accesso al computer aziendale e il pin per sbloccare il telefono cellulare. Una scelta che, nelle pieghe del decreto di perquisizione, la Procura aveva già anticipato essere cruciale, visto che gli atti descrivono Malangone come il terminale naturale, il “soggetto a più diretto e stretto contatto con gli interlocutori privati” – cioè le dirigenze di Inter e Milan – nelle settimane decisive per la cessione dell’impianto e dell’area circostante.

Le ombre sulla trattativa e i ruoli chiave nel mirino

Le carte del fascicolo, depositato dalla Procura di Milano, hanno cominciato a delineare i contorni di quella che gli investigatori definiscono una “negoziazione creativa” – un’espressione che, nella sostanza, cela le ipotesi di reato di turbativa d’asta e rivelazione del segreto d’ufficio. Nove le persone finite nel registro degli indagati, un elenco che incrocia figure di peso dell’amministrazione comunale e i vertici di quelle che, fino a pochi mesi fa, erano le società di gestione dei due club. Tra i primi spiccano i nomi degli ex assessori Giancarlo Tancredi – già costretto a lasciare la giunta in seguito a un’altra inchiesta, quella sui grattacieli – e Ada Lucia De Cesaris, affiancati dal direttore generale Malangone e da Simona Collarini, all’epoca responsabile del settore Rigenerazione urbana. Dall’altra parte della trattativa, invece, figurano i manager che hanno rappresentato gli interessi delle società sportive: Mark Van Huukslot e Alessandro Antonello, rispettivamente ex manager e ceo rate dell’Inter, e per il Milan Giuseppe Bonomi, insieme agli advisor Fabrizio Grena e Marta Spaini.

La strategia difensiva del sindaco e la retorica del “passacarte”

Mentre gli investigatori scandagliavano i dispositivi informatici – o, nel caso di Malangone, tentavano di farlo – il sindaco Beppe Sala ha rotto il silenzio in una forma ormai consueta per le sue uscite più polemiche: una storia su Instagram. L’affondo, calibrato su un registro di contrattacco, si concentra sulla distinzione tra l’area penale, dove per ora la procura non ha ipotizzato profili corruttivi, e la dimensione politica della vicenda. “Questa città non merita un sindaco passacarte”, ha scritto Sala, rivendicando implicitamente la legittimità di un’azione amministrativa che, ai suoi occhi, ha semplicemente accelerato un iter considerato troppo lungo. L’operazione di scollinamento tentata dal primo cittadino, però, si scontra con la concretezza delle carte: il fascicolo indaga proprio i passaggi di quella accelerazione, quelli in cui i confini tra la trattativa “creativa” e la lesione della par condicio tra i partecipanti a una gara pubblica diventano sfumati.

La resistenza del direttore generale e il muro dei dati cifrati

Il gesto di Malangone, nel giorno della perquisizione, assume un peso specifico che va oltre la cronaca di un’ostruzione. Rifiutarsi di fornire le credenziali di accesso – in un contesto in cui la Procura aveva già motivato la necessità di analizzare la messaggistica come “indispensabile fonte di prova” – trasforma un atto dovuto in un atto politico. O, almeno, in una scelta che complica oggettivamente il lavoro degli inquirenti, costretti ora a procedere con metodi alternativi per forzare la protezione dei dati. Un comportamento, questo, che stride con l’immagine di collaborazione istituzionale che solitamente viene richiamata in occasioni simili, e che nel giro di poche ore ha trasformato il profilo del funzionario da semplice indagato a punto focale di una resistenza destinata a far discutere nei prossimi sviluppi degli accertamenti tecnici.

I silenzi della macchina comunale e il nodo delle responsabilità

Mentre la macchina amministrativa di Palazzo Marino cerca di assorbire l’urto dell’inchiesta, a restare sul tavolo dei pm è il nodo dei flussi comunicativi intercorsi tra gli uffici e i privati. Le indagini, partite dal dossier sulla vendita del Meazza, hanno fotografato un sistema di relazioni in cui i confini tra il pubblico e il privato si sarebbero eccessivamente assottigliati. Gli indagati, oltre a Malangone, rappresentano un ventaglio di figure che coprono l’intero arco della trattativa: da chi, in passato, aveva già gestito delicate operazioni urbanistiche nella giunta, fino a chi, negli uffici, ha curato materialmente la pratica. È su questo intreccio che la Procura ha costruito l’ipotesi accusatoria, cercando di ricostruire chi, e con quali modalità, abbia orientato l’esito di un’operazione da centinaia di milioni di euro. I computer sigillati, i telefoni sequestrati e ora le password negate rappresentano il nuovo fronte di una partita giudiziaria che, dai comunicati ufficiali, si è spostata interamente nel chiuso degli uffici della Finanza e nei laboratori informatici dove verranno tentati i decriptaggi.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.