Stadio Milano, la “negoziazione creativa” e le carte che indagano il futuro del Meazza
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Redazione Sport
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Nell’ottobre del 2024, quando ancora la cessione del Meazza a Milan e Inter era solo una trattativa da portare a termine prima del vincolo della Soprintendenza, Fabrizio Grena – consulente del club nerazzurro e indagato nell’odierna inchiesta della Procura di Milano – scriveva a Katherine Ralph, manager di Oaktree, fondo proprietario dell’Inter, definendo l’approccio da tenere con il Comune. Doveva essere, scriveva Grena riferendosi alla definizione delle volumetrie e all’entità dello sviluppo commerciale sull’area, “una negoziazione creativa”. L’espressione, finita agli atti degli inquirenti, riassume oggi il nodo centrale dell’indagine che vede nove persone indagate a vario Titolo per turbativa d’asta e rivelazione di segreto d’ufficio. A finire nel mirino dei pm Paolo Filippini, Giovanna Cavalleri e Giovanni Polizzi, con le perquisizioni disposte dal gip Roberto Crepaldi, sono le pieghe di un percorso amministrativo che avrebbe finito con l’assecondare gli interessi privati dei club, utilizzando la cosiddetta legge stadi – che autorizza la contrattazione diretta – come strumento per sostenere un progetto di urbanizzazione pensato su misura.
Grena, il 46enne consulente della bergamasca con un passato in Goldman Sachs, non si limitava a teorizzare la strategia. In una mail, che la Guardia di Finanza ha acquisito nel decreto di perquisizione, aggiornava la manager americana sull’esito “positivo” di un incontro avuto con due dei pesi massimi di Palazzo Marino: Christian Malangone, ancora in carica come direttore generale, e Giancarlo Tancredi, ex assessore alla Rigenerazione urbana già travolto dalla precedente inchiesta sui grattacieli che lo aveva portato alle dimissioni. Il cuore della discussione, in quella che doveva essere una “negoziazione creativa”, riguardava la determinazione della superficie lorda (SL), ovvero l’unità di misura che definisce cubature e volumi edificabili. Calcolare cosa rientrasse o meno in quegli indici, come emerge dagli atti, significava decidere l’entità degli oneri di urbanizzazione da versare al Comune e, di conseguenza, la redditività futura dell’operazione per i club. Nei piani dei consulenti, esisteva “flessibilità” nello strumento delle Convenzioni urbanistiche: aree aperte al pubblico o box per eventi aziendali potevano essere negoziate per non essere contabilizzate, uno scambio tra concessioni alla città e riduzione dei costi per i privati che Grena definiva appunto “creativo”.
La risposta politica a queste carte, che dipingono un reticolo di contatti informali tra dirigenti pubblici e advisor dei club, è arrivata a stretto giro dal sindaco Beppe Sala. Utilizzando il suo profilo Instagram, il primo cittadino ha voluto “dire la sua su alcuni dubbi che le indagini in corso possono generare”, in un intervento che alterna la rivendicazione politica a una difesa tecnica della procedura. “Avrei potuto tirare a lungo e lasciare questa patata bollente al prossimo sindaco”, ha scritto Sala, sottolineando il rischio che Milano restasse indietro mentre “i milanesi avrebbero visto partire i lavori per il nuovo stadio di Roma”. La metafora del “sindaco passacarte”, che il primo cittadino rigetta con forza, è il perno della sua controffensiva: rivendica di aver scelto di non temporeggiare, spinto dalla posizione chiara dei club – “o uno stadio nuovo o via da Milano” – e dalla convinzione che fosse meglio tenere le squadre in città piuttosto che vederle traslocare a San Donato.
Sul fronte delle critiche sollevate dall’inchiesta, relative ai tempi ristretti dell’avviso pubblico (35 giorni) e alla congruità del prezzo di cessione (197 milioni), Sala ha replicato punto per punto. Ha ricordato la doppia valutazione affidata all’Agenzia delle Entrate e al Politecnico di Milano, sostenendo che quest’ultima avesse addirittura ipotizzato un valore più basso di quello poi concordato. Per quanto riguarda l’iter, ha ribadito che la Legge Stadi “autorizza, anzi spinge i Comuni, a contrattare direttamente con i club locali, senza bisogno di alcun avviso pubblico”. Il bando, nella sua lettura, serviva esclusivamente a verificare l’assenza di alternative e, qualora fossero arrivate manifestazioni d’interesse, si sarebbe comunque proceduto con tempistiche più ampie per formulare offerte dettagliate.
L’inchiesta, però, si muove su un piano diverso rispetto alle dichiarazioni politiche. L’ipotesi accusatoria non è quella della corruzione – circostanza che Sala ha immediatamente sottolineato come assente – ma piuttosto quella di un procedimento amministrativo che, attraverso accordi informali e collusioni, sarebbe stato “fortemente connotato da una veste speculativa”. Per i magistrati, lo sviluppo commerciale previsto nell’area dello stadio sarebbe stato l’obiettivo reale, una sorta di operazione immobiliare mascherata da rigenerazione sportiva, in cui i consulenti e i funzionari avrebbero dialogato per abbattere le superfici lorde calcolabili, riducendo così gli oneri a carico dei club. Tra gli indagati figurano, oltre a Grena, Malangone e Tancredi, anche l’ex dirigente Simona Collarini, l’avvocata Ada Lucia De Cesaris – già vicesindaco nella giunta Pisapia – e diversi ex manager di Milan e Inter come Alessandro Antonello e Mark Van Huuksloot, oltre ai consulenti Giuseppe Bonomi e Marta Spaini.
Il carteggio segreto e il ruolo dei consulenti finanziari
La documentazione acquisita dalla Guardia di Finanza restituisce il clima di un’operazione in cui i confini tra pubblico e privato appaiono sfumati. La missiva di Grena a Katherine Ralph non è solo un aggiornamento operativo, ma una finestra sulle aspettative della finanza internazionale legata al progetto. Oaktree, il fondo che controlla l’Inter, seguiva con attenzione la partita urbanistica, consapevole che il valore reale dell’affare non risiedeva solo nell’acquisto dello stadio, ma nella possibilità di sviluppare commercialmente i 280mila metri quadrati circostanti. In questo quadro, Grena – che opera attraverso Emerald Pine Capital Italia – agiva da ponte, trasmettendo a Palazzo Marino le esigenze di redditività della proprietà americana. L’espressione “negoziazione creativa”, utilizzata in un contesto di advisor finanziario, diventa per la Procura l’indizio di un metodo: quello di trattare la normativa urbanistica come un elemento variabile da modellare sulle esigenze di un business plan, in una fase in cui l’avviso pubblico – pur obbligatorio – sarebbe stato di fatto una formalità successiva a un percorso già segnato.
I precedenti e il contesto giudiziario
L’inchiesta sulla vendita del Meazza affonda le sue radici in un terreno già arato dai magistrati milanesi. Tancredi e Malangone, così come la De Cesaris, risultano già indagati nel più ampio filone che ha scosso l’urbanistica di Palazzo Marino negli ultimi anni, quello che aveva portato a richieste di arresto per presunti accordi illeciti su grandi progetti immobiliari come il Pirellino o il Villaggio Olimpico. In quel contesto, gli inquirenti avevano parlato di un “asservimento sistemico” a gruppi finanziari. Oggi, lo stesso meccanismo viene riproposto per lo stadio: una serie di esposti, tra cui quello presentato dal promoter musicale Claudio Trotta e dall’ex vicesindaco Luigi Corbani, aveva convinto la Procura ad approfondire la vicenda, portando a ritenere che la procedura speciale prevista dalla legge fosse stata piegata per escludere qualsiasi concorrenza, rivelando informazioni riservate ai club prima ancora che diventassero pubbliche. Le perquisizioni, che hanno riguardato il Comune, le sedi della società M-I Stadio e le abitazioni dei nove indagati, mirano ora a cristallizzare ulteriori prove, in particolare attraverso l’analisi dei telefoni sequestrati, per verificare se il carteggio tra Grena e la dirigenza Oaktree sia solo la punta di un iceberg di comunicazioni riservate.




