L’inchiesta di Ravenna sui medici e i certificati “facili” che fermano i rimpatri

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Redazione Interno Redazione Interno   -   L’alba di giovedì ha portato gli agenti della Mobile non soltanto nel reparto di Malattie infettive dell’ospedale di Ravenna, ma anche nelle abitazioni private e a bordo delle automobili di sei camici bianchi finiti nel registro degli indagati: un’operazione che, per estensione e modalità, ricorda certi blitz contro la criminalità organizzata più che un accertamento su presunte irregolarità amministrative -1-5. Al centro della verifica, coordinata dai pm Daniele Barberini e Angela Scorza, ci sono i certificati medici di idoneità, quei pareri che precedono il trasferimento degli stranieri irregolari nei Centri di permanenza per i rimpatri e il loro successivo imbarco sui voli diretti verso i Paesi d’origine: gli inquirenti, setacciando chat, mail e messaggi, cercano conferma all’ipotesi che quelle valutazioni, in diversi casi, siano state dolosamente incomplete o del tutto arbitrarie, redatte cioè non in base a reali patologie ma per paralizzare la macchina delle espulsioni -2-9.

Il sospetto di un coordinamento e il materiale finito nel mirino

L’attenzione degli investigatori, secondo quanto ricostruito, si è concentrata in particolare sui dispositivi informatici e sulla documentazione che potrebbe ricondurre alla Simm, la Società italiana di medicina delle migrazioni, rea secondo l’accusa di aver fornito ai medici veri e propri vademecum e volantini per orientare negativamente i pareri sull’idoneità al trasferimento: un sospetto di coordinamento che trasformerebbe atti individuali in un possibile disegno più ampio, alimentato da una motivazione ideologica di contrasto alle politiche governative in materia di immigrazione. Per questo, la perquisizione non si è limitata agli armadietti del personale o alle stanze dell’ospedale, ma ha varcato la soglia delle case e si è infilata nei computer domestici, nella speranza di reperire conversazioni e scambi di opinioni che chiariscano cosa quei professionisti si fossero detti riguardo ai singoli casi di irregolari, quei casi finiti poi in una relazione sanitaria ostativa al rimpatrio.

Tra gli episodi finiti sotto la lente della procura, e che potrebbero aver fatto scattare l’allarme, ce n’è almeno un paio destinati a far discutere: un venticinquenne senegalese, bloccato il 21 gennaio con l’accusa di aver molestato sette donne, e un ventiseienne gambiano che aveva distrutto la pensilina di una fermata del bus, entrambi risultati non idonei alla permanenza in un Cpr dopo la visita medica -9. Ma il caso che più di altri ha acceso i riflettori riguarda un soggetto legato all’omicidio di Aurora Livoli, anche in quella circostanza, secondo quanto trapela, il parere sanitario avrebbe di fatto bloccato la procedura di allontanamento, vanificando di fatto i provvedimenti già convalidati dall’autorità giudiziaria e tenendo sul territorio persone con precedenti anche gravi -5.

Le reazioni del mondo politico e l’ombra dell’ostruzionismo ideologico

La notizia delle perquisizioni ha innescato un prevedibile quanto duro commento da parte del vicepremier e ministro alle Infrastrutture Matteo Salvini, che ha parlato senza mezzi termini di “vergogna da licenziamento, radiazione e arresto”, qualora le accuse dovessero trovare conferma: un’invocazione alla mano pesante che è subito riecheggiata sui social network e nelle dichiarazioni ufficiali, raccogliendo il plauso di chi vede in queste condotte un vero e proprio sabotaggio dell’ordine pubblico. Sulla stessa lunghezza d’onda il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, che ha voluto sottolineare come il nodo cruciale dei Cpr non siano tanto le strutture in sé, quanto l’atteggiamento di chi, per ragioni meramente ideologiche, si adopera per contrastare l’azione del governo, un’azione che nel frattempo ha moltiplicato gli sforzi e i numeri sui rimpatri effettivi: un ostruzionismo, lo ha definito, che mina alla base la credibilità dell’intero sistema di espulsione.

Dall’altro lato della barricata, la Cgil non ha tardato a esprimere solidarietà ai professionisti sanitari coinvolti, definendo le modalità del blitz – un’irruzione all’alba in un reparto di degenza – sproporzionate e lesive della dignità di chi opera ogni giorno nel servizio sanitario nazionale per tutelare la salute delle persone assistite -10. Il sindacato ha sottolineato come quelle stesse modalità, assimilabili a quelle usate per reati violenti, avrebbero potuto essere condotte con maggiore cautela, senza trasformare un luogo di cura in una teatro di operazioni di polizia, e ha bollato come inaccettabili le dichiarazioni del ministro Salvini, colpevole di aver già emesso una sentenza sommaria a inchiesta appena iniziata -10.

I risvolti deontologici e la presa di posizione dell’Ordine dei medici

Nel frattempo, la Federazione nazionale degli Ordini dei medici, per bocca del suo presidente Filippo Anelli, ha cercato di riportare la questione entro i binari della deontologia professionale, ricordando come il dovere del medico sia la tutela della salute e il sollievo dalla sofferenza, senza discriminazioni e nel rispetto della libertà e della dignità della persona, a prescindere dalle condizioni istituzionali in cui si trova a operare. Anelli, pur esprimendo piena fiducia nell’operato della magistratura, ha voluto manifestare vicinanza ai colleghi che hanno subito il trauma della perquisizione e che ora si trovano indagati proprio a motivo dell’assistenza prestata attraverso una visita medica e la relativa certificazione: un atto, quello del certificare, che secondo il presidente della Fnomceo non può e non deve diventare uno strumento di controllo dell’ordine pubblico, perché quello spetta alle forze dell’ordine, mentre ai medici spetta la cura delle persone, quel compito che gli italiani riconoscono loro con un altissimo indice di fiducia.

Description: L’inchiesta della procura di Ravenna sui medici che avrebbero rilasciato certificati falsi per bloccare il rimpatrio di stranieri irregolari. Sei i professionisti finiti nel mirino.

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