Pellegrino: “Bronzo dedicato anche a chi remava contro. Vedendo la gioia dei compagni ho pianto”

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Ha aspettato trentacinque anni, quattro Olimpiadi e una carriera spesa spesso a lottare da solo contro le falangi nordiche, eppure l’abbraccio che Federico Pellegrino riceve sul traguardo di Lago di Tesero, valso un bronzo nella staffetta 4x7,5 chilometri, vale più di qualsiasi metallo prezioso. Il portabandiera azzurro, reduce da due argenti individuali nelle sprint di PyeongChang 2018 e Pechino 2022, ha finalmente potuto condividere un podio con i suoi compagni, quei ragazzi – Davide Graz, Elia Barp e Martino Carollo – che lui stesso ha contribuito a far crescere nel giro della nazionale maggiore. «È la mia medaglia più difficile e più bella – ha commentato a caldo il fondista valdostano – perché partita come un sogno, in quattro anni è diventata un obiettivo non personale, ma di squadra. Ho tenuto duro per aiutare la crescita di una nuova generazione di campioni azzurri. Missione compiuta». E proprio nel vedere i tre compagni festanti, pronti a stringerlo non appena ha tagliato il nastro del traguardo, è sopraggiunta l’emozione più autentica: «Vederli aspettarmi così è stato fantastico, ho pianto».

La gara, disputata sulle nevi di Tesero rese soffici da un caldo fuori stagione che ne ha complicato la preparazione, ha visto l’Italia giocarsi il podio con la Finlandia dopo che Norvegia e Francia avevano preso il largo per l’oro e l’argento. Se Graz e Barp hanno retto bene il confronto nelle prime due frazioni, è stato nella terza che Martino Carollo ha pagato qualcosa come una ventina di secondi dal finlandese Arsi Ruuskanen, facendo scivolare gli azzurri al quarto posto e consegnando a Pellegrino l’arduo compito del recupero -1 -3. Un ritardo che per molti sarebbe parso incolmabile, ma non per il veterano di Nus, il quale, una volta ricevuto il testimone, ha iniziato una progressione chirurgica: prima ha agganciato Niko Anttola, poi lo ha controllato senza affanno per quasi tutta la frazione e infine, nell’ultima salita – quella dedicata a Cristian Zorzi, mito della staffetta d’oro di Torino 2006 – ha piazzato lo scatto secco che gli ha consegnato il bronzo e il pubblico di casa in delirio -2 -6.

L’orgoglio di un movimento e il passaggio di testimone

Dietro quel recupero non c’è stato soltanto il talento cristallino di un fuoriclasse dello sci stretto, ma la consapevolezza di chi sa di portare sulle spalle il peso di un intero movimento. «A 35 anni, in pochi sono più veloci di me – ha spiegato Pellegrino – e sapere di avere ancora queste gambe per trascinare i compagni sul podio è la chiusura di un cerchio». La staffetta maschile non saliva sul podio olimpico da vent’anni esatti, da quando a Pragelato Fulvio Valbusa, Giorgio Di Centa, Pietro Piller Cottrer e lo stesso Zorzi conquistarono l’oro; allora Pellegrino era un ragazzino che muoveva i primi passi sugli sci, oggi è il capitano che lascia in eredità a Graz, Barp e Carollo – tutti under 25 – la certezza che l’Italia possa tornare a recitare un ruolo da protagonista anche in discipline diverse dalla sprint -1 -7.

I compagni e il significato di una corsa condivisa

Elia Barp, il più giovane del quartetto, ha vissuto la giornata come l’approdo di un sogno coltivato lontano da casa, tra sacrifici e rinunce. «L’ho salutato il giorno di Natale – ha raccontato la madre Barbara Pol – e già a Santo Stefano era ripartito. Oggi l’ho visto sul podio e anche se eravamo consapevoli di valere quel gradino, le certezze nello sport non esistono fino alla fine». Per Barp, così come per Graz e Carollo, il bronzo rappresenta il primo alloro olimpico della carriera, un risultato che porta la firma indelebile del loro capitano, quello stesso Pellegrino che invece di godersi gli ultimi fuochi della carriera in qualche individuale si è speso per fare da chioccia a una generazione intera -4 -9.

Una maledizione sfatata e un posto nella storia

Con questo bronzo, peraltro, Federico Pellegrino è entrato di diritto in una curiosa statistica che riguarda i Giochi di Milano-Cortina 2026: tutti e quattro i portabandiera italiani sono riusciti a salire sul podio. Dopo l’oro di Arianna Fontana nella staffetta mista e il suo argento nei 500 metri, dopo il bronzo di Amos Mosaner nel doppio misto di curling e dopo l’oro di Federica Brignone nel superG, è toccato al fondista valdostano chiudere il cerchio, sfatando quella che qualcuno aveva ribattezzato la “maledizione dell’alfiere” – già capita in passato a campionissimi come Giorgio Di Centa a Vancouver 2010 o Federica Pellegrini a Rio 2016 – e dimostrando come il ruolo di guida della squadra non sia soltanto cerimoniale, ma possa trasformarsi in spinta propulsiva per l’intero movimento -5 -10.

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