Milano Cortina, Italia bronzo nella staffetta maschile di sci di fondo: rimonta firmata Pellegrino

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Vent’anni dopo quell’oro olimpico, quello leggendario, vinto a Torino 2006 da Cristian Zorzi, Fulvio Valbusa, Giorgio Di Centa e Pietro Piller Cottrer, lo sci di fondo azzurro è tornato a salire su un podio a cinque cerchi. È successo oggi a Tesero, in Val di Fiemme, dove la staffetta 4x7,5 chilometri maschile ha conquistato una medaglia di bronzo che sa di impresa, costruita metro dopo metro e difesa con i denti fino all’ultimo respiro. Il quartetto composto da Davide Graz, Elia Barp, Martino Carollo e dal monumentale Federico Pellegrino, il capitano, ha regalato all’Italia la sua diciannovesima medaglia in questi Giochi di Milano Cortina, la prima in assoluto per il fondo in questa edizione.

La gara, vinta con autorità dalla Norvegia, che con il fenomeno Johannes Klaebo ha messo in cassaforte il suo quarto oro in questi Giochi – il nono della sua infinita carriera – e con la Francia saldamente agganciata all’argento, ha vissuto il suo vero cuore pulsante nella lotta per il terzo gradino del podio. Una battaglia a sé, quella tra Italia e Finlandia, che ha tenuto col fiato sospeso il pubblico sulle nevi di casa fino alla fine. E la svolta, come spesso accade quando l’asticella si alza, è arrivata dall’ultimo frazionista, quel Federico Pellegrino che, nonostante i 35 anni e una carriera costellata di successi – compresi i due argenti olimpici nella sprint individuale a PyeongChang 2018 e Pechino 2022 – non ha mai smesso di sognare in grande e, soprattutto, di trascinare i compagni.

Una rimonta da manuale per l’ultimo gradino del podio

La strada per la medaglia, in realtà, si era fatta in salita ben prima dell’ultimo cambio. Se l’avvio di Davide Graz era stato promettente, capace di tenere gli azzurri in scia ai migliori e di passare il testimone a Elia Barp in zona podio, e se Barp stesso, nonostante un momento di difficoltà in una salita, aveva saputo limitare i danni, la terza frazione aveva rischiato di compromettere tutto. Martino Carollo, impegnato nello skating, aveva pagato qualcosa, lasciando i finlandesi allungare e scivolando in quarta posizione con un distacco di oltre venti secondi dalla top three. Una distanza che, sulle carte, poteva sembrare incolmabile.

Ed è qui, nel momento di massima difficoltà, che entra in scena Federico Pellegrino. Il portabandiera valdostano, partito con il compito di ricucire uno strappo che sembrava ormai cucito, ha imbastito una delle sue rimonte da manuale. Con una progressione inesorabile, falcata dopo falcata, ha ripreso il finlandese Niko Anttola, gli si è incollato alle pelli di foca e, nell’ultima salita, ha piazzato lo strappo decisivo. Un’accelerazione secca, potente, che non ha lasciato scampo all’avversario e che ha proiettato l’Italia sul bronzo, tra l’urlo liberatorio del pubblico di casa. Pellegrino ha chiuso con un distacco di 47.9 secondi dalla Norvegia, ma con un vantaggio irrisorio, eppure sufficiente, sui finlandesi, sconfitti in un duello che resterà nella storia di questa disciplina.

L’eredità di Torino e il presente di una squadra

Quella medaglia, arrivata al culmine di una giornata che a Cortina d’Ampezzo vedeva le speranze azzurre rinnovarsi nello slalom gigante femminile con Federica Brignone e Sofia Goggia, rappresenta molto più di un semplice bronzo. È il segno che un movimento, quello del fondo italiano, sa guardare al passato con rispetto – a quei campioni del 2006 a cui è dedicata la salita più dura del tracciato di Tesero – ma anche al futuro con fiducia. Perché se Pellegrino, come lui stesso ha lasciato intendere, si avvia verso il tramonto di una carriera straordinaria, i tre compagni di squadra hanno dimostrato di saperci essere, di poter lottare e di poter credere in un risultato che fino a poche ore prima sembrava utopia.

Gli azzurri, dal primo all’ultimo, hanno raccontato di aver creduto nella medaglia fin dall’inizio. Una convinzione che ha retto anche quando il divario con la Finlandia sembrava allargarsi in modo preoccupante. E se la Norvegia di Klaebo, con quel tempo di 1:04:24.5 e un’ora di supremazia tecnica e atletica, continua a navigare in un campionato a sé stante, e la Francia si conferma seconda forza, l’Italia ha saputo ritagliarsi il suo spazio. Uno spazio conquistato con i denti, con la testa e con il cuore, in una volata finale che ha ridato al fondo azzurro quella luce che mancava da due decenni.

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