Carburanti, scontro Salvini-Tajani: la guerra sulle risorse per il taglio delle accise e il no agli extraprofitti
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Redazione Interno
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Nuovo round di scontri all'interno della maggioranza di governo, con i due vicepremier Matteo Salvini e Antonio Tajani che si trovano su posizioni opposte in merito alle misure da adottare per contrastare il caro carburanti. Al centro del contendere, il futuro dello sconto sulle accise e la copertura finanziaria degli interventi, in un clima di crescente tensione che vede contrapposte le rispettive visioni economiche.
L'asse del dibattito si sposta sulle modalità per finanziare la misura strutturale che il governo intende varare, destinata a sostituire il taglio generalizzato di 17 centesimi sul diesel, attualmente prorogato fino al 5 settembre, per orientarsi verso un sistema di aiuti più mirato.
La proposta della Lega: tassare le banche per un taglio secco delle accise
Il leader della Lega, Matteo Salvini, rilancia con forza la proposta di ridurre in maniera significativa e duratura le accise, ipotizzando addirittura un taglio che potrebbe estendersi per un intero anno. Per finanziare questa operazione, il Carroccio punta dritto sugli utili del settore bancario, chiedendo un contributo straordinario alle grandi banche italiane che, come sottolinea Salvini, stanno realizzando profitti record.
La posizione del partito è netta: non si tratta di gravare sui cittadini con nuove tasse o di inasprire la pressione fiscale su altre categorie, ma di chiedere un sacrificio a un settore che ha ampiamente beneficiato del contesto economico.
"Con una piccola parte di questi utili delle grandi banche italiane, non penso alle piccole banche del territorio, abbassi le accise non per 15 giorni, ma per un anno" ha dichiarato il vicepremier, ribadendo la contrarietà a eventuali aiuti basati unicamente sul reddito o sulla social card, che a suo dire finirebbero per penalizzare il ceto medio.
La richiesta, formalizzata anche dal sottosegretario Durigon, potrebbe tradursi in uno scostamento di bilancio, una strada che la Lega sembra intenzionata a percorrere anche in assenza di un via libera da Bruxelles.
Il veto di Tajani: "No a tasse che sanno di Unione Sovietica"
Dall'altra parte della barricata, il ministro degli Esteri e leader di Forza Italia, Antonio Tajani, oppone un secco e categorico diniego. Il presidente di Forza Italia boccia senza appello l'introduzione di una tassa sugli extraprofitti, definendola una misura che "sa di Unione Sovietica" e che rischierebbe di allontanare gli investimenti in un momento già delicato per l'economia europea.
Per Tajani, la strada maestra è quella del dialogo e del confronto con il mondo imprenditoriale, in particolare con i colossi dell'energia, per definire un contributo volontario e concordato che possa generare risorse senza l'imposizione di nuove tasse.
"Aiutare i cittadini in accordo con le grandi imprese energetiche", è il mantra del ministro, che rivendica i risultati ottenuti con le compagnie petrolifere e respinge al mittente la proposta della Lega, definendola un'ingenuità demagogica che finirebbe per ripercuotersi negativamente su correntisti e famiglie.
Un braccio di ferro sulle risorse e sui principi economici
Lo scontro tra i due alleati di maggioranza si gioca su diversi piani: da un lato, la ricerca di una copertura finanziaria per le misure a sostegno del caro-carburanti, con la Lega che spinge per un contributo delle banche e Forza Italia che preferisce un'intesa con le aziende energetiche; dall'altro, una differente visione del ruolo dello Stato e dell'intervento pubblico nell'economia.
A gettare benzina sul fuoco sono le parole del senatore leghista Claudio Borghi, che ricorda a Tajani come anche le accise siano un'imposta, e che la vera scelta sia tra far pagare i cittadini, aumentare il deficit o tassare gli utili bancari.
La risposta di Forza Italia non si fa attendere e arriva dal portavoce nazionale Raffele Nevi e dal presidente dei deputati Enrico Costa, che bollano le proposte del Carroccio come un pericoloso passo verso un modello statalista e controproducente per la crescita del Paese, ribadendo che il partito di Tajani sarà sempre contrario a nuove imposizioni fiscali.
Il governo alla prova dei fatti e il vertice di Meloni
In questo clima di accesa tensione, con le opposizioni che attaccano la maggioranza per la sua incapacità di trovare una sintesi, la premier Giorgia Meloni è chiamata a ricomporre le divergenze all'interno della sua stessa coalizione. L'obiettivo è raggiungere un'intesa prima del 4 settembre, data in cui il suo esecutivo potrebbe diventare il più longevo della storia repubblicana, per evitare che le divisioni interne si traducano in un nulla di fatto o in misure inefficaci.
Il tavolo chiarificatore voluto dalla presidente del Consiglio dovrà sciogliere i nodi sul metodo di finanziamento e sulla platea dei beneficiari, in un confronto che si prospetta aspro e che vedrà contrapposte visioni economiche e strategie politiche difficilmente conciliabili.
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