La scorta al sindaco Lepore e la ferita aperta di Bologna: dieci giorni dopo la morte di Fakir
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Redazione Interno
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Dieci giorni. Tanto è passato dalla morte di Abderrahim Fakir, il 42enne di origini marocchine deceduto il 19 luglio scorso al termine di un intervento di polizia nel quartiere bolognese del Pilastro, e la città non ha ancora trovato pace.
Se il dolore della famiglia, che attende il ritorno della salma in Marocco per l'ultimo saluto, si mescola all'urgenza di verità che solo le indagini della magistratura potranno consegnare, il fronte politico si è invece rapidamente trasformato in un campo di battaglia, con il sindaco Matteo Lepore finito al centro di un uragano di critiche e minacce che ne hanno determinato la messa sotto scorta su disposizione della Prefettura.
La dinamica e l’attesa per l’autopsia
Secondo quanto ricostruito, Fakir era in forte stato di agitazione nella tarda mattinata di domenica 19 luglio quando gli agenti di una volante, intervenuti su segnalazione dei residenti in via Svevo, hanno tentato di bloccarlo. Nel video che ha fatto il giro della città si sentono le sue grida di aiuto mentre viene immobilizzato a terra a faccia in giù; dopo alcuni minuti ha perso conoscenza ed è deceduto nonostante i tentativi di rianimazione del personale del 118.
La Procura di Bologna ha aperto un'indagine per omicidio colposo e sta vagliando ogni elemento, compresi i filmati delle bodycam e i referti dell'autopsia, iniziata all'ospedale Sant'Orsola. Secondo indiscrezioni riprese dalla stampa marocchina, l'esame autoptico avrebbe rilevato tracce di sangue nei polmoni e una compromissione delle vie aeree compatibile con un'ipotesi di soffocamento; dai legali della famiglia, rappresentata dall'avvocato Fabio Anselmo, arriva la richiesta che le indagini siano condotte da un corpo autonomo rispetto alla polizia, per garantire la massima trasparenza.
Il presidio in piazza Nettuno e gli scontri
Su iniziativa dello stesso sindaco Lepore, la sera di lunedì 20 luglio migliaia di persone hanno gremito piazza Nettuno per un momento di raccoglimento accanto ai familiari di Fakir, in un clima di dolore e compostezza rotto solo dalle parole di Yossra, la nipote dell'uomo, che ha chiesto "verità, giustizia e umanità".
Ma al termine della manifestazione, un gruppo di antagonisti si è staccato dal corteo pacifico e ha dato vita a una lunga guerriglia urbana con le forze dell'ordine, con scontri, lanci di oggetti e danneggiamenti che hanno portato al fermo di diverse persone e a numerosi feriti tra gli agenti. La famiglia e il legale Anselmo hanno immediatamente preso le distanze dalla violenza, definendo i facinorosi estranei alla richiesta di giustizia per Fakir.
Minacce e scorta per il sindaco
È proprio l'onda lunga di quella sera a travolgere Lepore. Nei giorni successivi, sui social network sono piovuti messaggi d'odio e minacce di morte nei suoi confronti, alcuni dei quali particolarmente gravi nel tono e nei contenuti: "Lepore ti vogliamo come Fakir", si legge in uno dei post finiti nella denuncia presentata dal primo cittadino in Questura. A fronte di una decina di messaggi minatori ritenuti particolarmente gravi, la Prefettura di Bologna ha disposto un servizio di scorta, che sarà effettuato da personale delle forze di polizia, per garantire la sicurezza del sindaco.
La decisione ha ricevuto un coro di solidarietà bipartisan, ma anche nuove critiche da parte del centrodestra, con il viceministro della Giustizia Francesco Paolo Sisto che ha parlato di scelte "ai limiti del dolo eventuale" in riferimento alla decisione di convocare la piazza, mentre Beppe Sala, sindaco di Milano, ha espresso il suo sostegno a un collega che definisce "coraggioso", sottolineando come avere una scorta "non sia mai una cosa positiva".
La comunità islamica e la città ferita
In questo clima di tensione, la voce del presidente della comunità islamica di Bologna, Yassine Lafram, prova a ricucire lo strappo. Lafram, che era presente al presidio in piazza Nettuno, ha definito la manifestazione del 20 luglio "un gesto spontaneo e doveroso" di una città che ha voluto stringersi a una famiglia in lutto, separandola nettamente dagli episodi di violenza successivi: "Chi ha minacciato il sindaco Lepore non rappresenta la comunità che chiede verità". Per Lafram, "Bologna è ferita, perché ha visto morire un uomo senza capire ancora perché e come.
La ferita si rimargina con la verità, non solo con le parole". Una verità che la magistratura è chiamata ad accertare, mentre la città, divisa e in attesa, cerca di fare i conti con una vicenda che ha messo a nudo le fragilità di un sistema e il prezzo altissimo pagato da chi, come il sindaco Lepore, si è trovato a gestire le conseguenze di una tragedia annunciata.
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