È morto Bruno Contrada, l’ex numero tre del Sisde al centro di un lungo caso giudiziario
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Redazione Interno
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È morto a Palermo all’età di 94 anni Bruno Contrada, ex dirigente della polizia di Stato e già numero tre del Sisde, il servizio segreto civile italiano. Napoletano di nascita, come si legge nelle cronache, ma palermitano d’adozione, aveva costruito gran parte della sua carriera nel capoluogo siciliano, attraversando per oltre un trentennio tutte le tappe della carriera investigativa: da dirigente della squadra mobile, dove fu tra l’altro superiore di Boris Giuliano – il capo della mobile ucciso dalla mafia nel 1979 – fino ai vertici dell’apparato di sicurezza dello Stato, passando per la guida della sezione siciliana della Criminalpol. Il suo nome, negli anni, è rimasto indissolubilmente legato a uno dei capitoli più controversi e dibattuti della storia giudiziaria italiana, quello dei rapporti – veri o presunti – tra apparati dello Stato e criminalità organizzata nella stagione delle stragi. Arrestato la vigilia di Natale del 1992, pochi mesi dopo gli omicidi di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, Contrada finì al centro di un’inchiesta che lo vedeva accusato di concorso esterno in associazione mafiosa, un reato, è bene ricordarlo, che all’epoca dei fatti a lui contestati – compresi tra la fine degli anni Settanta e la fine degli anni Ottanta – non aveva ancora una configurazione giuridica chiara e consolidata nella giurisprudenza, come avrebbe poi stabilito la Corte europea dei diritti dell’uomo.
La lunga e tortuosa vicenda processuale
Il procedimento giudiziario a carico di Contrada conobbe negli anni un andamento altalenante che ne segnò profondamente l’esistenza. Condannato in primo grado, nell’aprile del 1996, a dieci anni di reclusione, venne poi assolto in appello nel maggio del 2001 con una formula ampia, salvo vedere quella sentenza annullata dalla Corte di Cassazione con rinvio a Palermo. Fu così che nel febbraio del 2006, dopo trentuno ore di camera di consiglio, la corte d’appello del capoluogo siciliano tornò a condannarlo a dieci anni, una decisione che divenne definitiva l’anno successivo quando la Cassazione confermò il verdetto. Contrada, che nel frattempo aveva già scontato un lungo periodo di custodia cautelare, tornò in carcere e vi rimase fino al 2008, quando gli vennero concessi gli arresti domiciliari per motivi di salute, per poi terminare di scontare la pena nell’ottobre del 2012. Durante tutti quegli anni, l’ex funzionario non smise mai di proclamare la propria innocenza, rivendicando il ruolo svolto al servizio delle istituzioni e chiedendo di poter salvaguardare quello che definiva l’onore di un uomo dello Stato.
L’intervento della Corte europea e il risarcimento
La vicenda, però, non si concluse con la fine della detenzione. Contrada, assistito dai suoi legali, avviò una nuova battaglia legale presentando ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo, che in due distinte pronunce condannò lo Stato italiano. Nel febbraio del 2014, i giudici europei stabilirono che l’ex 007 non avrebbe dovuto restare in carcere quando aveva chiesto i domiciliari per le sue precarie condizioni di salute. Ma la decisione più rilevante arrivò l’anno successivo, quando la Cedu affermò che Contrada non avrebbe dovuto essere condannato per concorso esterno in associazione mafiosa perché, all’epoca in cui sarebbero stati commessi i fatti contestati – tra il 1979 e il 1988 – quel reato non era sufficientemente chiaro e prevedibile nell’ordinamento italiano: sarebbe diventato tale solo a partire dal 1994, con la cosiddetta sentenza Demitry della Cassazione. Alla luce di queste decisioni, nel 2017 la Corte di Cassazione dichiarò ineseguibile la condanna, revocandone gli effetti penali, e nello stesso anno l’allora capo della polizia Franco Gabrielli revocò il provvedimento di destituzione, reintegrando Contrada nel come pensionato con effetto retroattivo.
L’indennizzo e gli ultimi anni
Dopo la riabilitazione giudiziaria, l’ex funzionario intraprese un’ulteriore azione legale per ottenere un indennizzo per l’ingiusta detenzione subita. La prima sezione della Corte d’Appello di Palermo, dopo un complesso iter giudiziario che aveva visto inizialmente respingere la richiesta, accolse la domanda di Contrada riconoscendogli un risarcimento di 285.342 euro, una decisione poi confermata in via definitiva dalla Cassazione nel 2023. Una somma, quella liquidata, che rappresentava il riconoscimento formale di un’ingiustizia subita, ma che – come lui stesso ebbe modo di dire in alcune delle sue ultime interviste – non poteva certo restituirgli gli anni di privazione della libertà, la distruzione della carriera e le umiliazioni patite insieme alla sua famiglia. Perché Contrada, che pure aveva ottenuto giustizia sul piano giuridico, portava con sé le ferite morali di una vicenda che lo aveva segnato nel profondo, lui che in quella mattina del 24 dicembre del 1992, quando gli agenti della Dia bussarono alla sua porta, disse di essere morto dentro, molto prima che la morte fisica lo cogliesse nella sua abitazione palermitana, dopo venti giorni di ricovero per una polmonite dalla quale non si era più ripreso.
Description: È morto a Palermo a 94 anni Bruno Contrada, ex numero tre del Sisde. La sua vicenda giudiziaria per concorso esterno in mafia, tra condanne e assoluzioni, si è conclusa con la revoca della pena e un risarcimento da parte dello Stato dopo le sentenze della Corte europea.
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