È morto Bruno Contrada, l’ex numero tre del Sisde al centro del caso giudiziario sul concorso esterno

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Si è spento a Palermo, all’età di novantaquattro anni, Bruno Contrada, figura tra le più controverse e discusse nell’ambito delle complesse relazioni tra apparati statali e criminalità organizzata negli anni della guerra di mafia. L’ex funzionario di polizia, che aveva ricoperto l’incarico di numero tre del Sisde – il servizio segreto civile italiano – durante il periodo più sanguinoso per il capoluogo siciliano, è deceduto nella notte presso la sua abitazione dopo un ricovero di circa venti giorni dovuto a una grave forma di polmonite dalla quale non è più riuscito a riprendersi. I funerali dell’uomo, napoletano di nascita ma palermitano per lungo trascorso professionale ed esistenziale, si terranno nella giornata di lunedì prossimo nel capoluogo siciliano, chiudendo idealmente il capitolo di una vita che aveva attraversato da protagonista tutte le fasi cruciali della lotta al fenomeno mafioso, prima come investigatore e poi come alto dirigente dei servizi segreti.

La carriera nelle istituzioni e l’arresto del 1992

La traiettoria professionale di Bruno Contrada si era sviluppata nell’arco di oltre un trentennio all’interno degli apparati di sicurezza dello Stato, un percorso che lo aveva visto entrate in polizia attorno ai trent’anni per poi scalare rapidamente tutti i gradini della gerarchia investigativa. Era stato capo della Squadra mobile di Palermo e successivamente direttore della sezione siciliana del Criminalpol, per poi approdare ai vertici del Sisde in un’epoca, quella degli anni Ottanta, segnata dalla violenza dei corleonesi e dalle stragi che avrebbero insanguinato la città. La sua carriera, tuttavia, subì una brusca interruzione il 24 dicembre del 1992, la vigilia di Natale dell’anno delle stragi di Capaci e via D’Amelio, quando gli uomini della Dia bussarono alla sua porta per eseguire un ordine di custodia cautelare che lo accusava di concorso esterno in associazione mafiosa, un’accusa che lui stesso avrebbe sempre respinto con determinazione, parlando in alcune delle sue ultime interviste di una morte civile e morale avvenuta proprio in quel momento, davanti agli occhi della moglie e del figlio, anch’egli poliziotto.

L’iter giudiziario e il pronunciamento della Cedu

La vicenda processuale che ne seguì si rivelò una delle più lunghe e intricate nella storia giudiziaria repubblicana, un percorso tortuoso durato circa un trentennio e costellato da esiti alterni che ne fecero un caso studio citato nei manuali di diritto. Dopo una prima condanna a dieci anni inflitta nel 1996, arrivò un’assoluzione in appello nel 2001, ma la Cassazione annullò quella sentenza con rinvio, portando a un nuovo processo di secondo grado che nel 2006 confermò i dieci anni di reclusione, pena che divenne definitiva l’anno successivo e che Contrada scontò per otto anni, parte in carcere e parte ai domiciliari per via delle precarie condizioni di salute, fino al termine della detenzione nell’ottobre del 2012. Il capitolo giudiziario, però, non si chiuse con l’espiazione della pena perché i legali dell’ex 007 portarono il caso dinanzi alla Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo, la quale nel 2014 prima e nel 2015 poi emise due pronunce destinate a ribaltare nuovamente le carte in tavola: i giudici europei stabilirono infatti che all’epoca dei fatti contestati a Contrada, compresi in un arco temporale che andava dal 1979 al 1988, il reato di concorso esterno in associazione mafiosa non fosse giuridicamente sufficientemente chiaro e prevedibile, una carenza normativa che rendeva la condanna incompatibile con i principi della Convenzione europea.

La revisione del processo e gli ultimi anni

Alla luce di quei rilievi internazionali che avevano portato a una condanna dello Stato italiano, nel 2017 la Corte di Cassazione revocò definitivamente la sentenza di condanna nei confronti di Bruno Contrada, dichiarandola ineseguibile e improduttiva di effetti penali, un epilogo che nel medesimo anno portò l’allora capo della Polizia Franco Gabrielli a reintegrarlo nei ranghi dell’amministrazione come pensionato con effetto retroattivo. Seguì poi un lungo contenzioso per ottenere un risarcimento per l’ingiusta detenzione subita, contenzioso che si concluse nel 2023 con la conferma in Cassazione di un indennizzo di oltre duecentottantacinquemila euro a favore dell’ex funzionario, il quale aveva sempre dichiarato di combattere non tanto per denaro quanto per la restituzione di quell’onore di uomo delle istituzioni che riteneva gli fosse stato ingiustamente sottratto. La sua figura, rimasta fino alla fine divisiva e circondata da interrogativi mai del tutto sopiti, si porta via con sé il peso di un’esistenza spesa ai massimi livelli dello Stato e segnata dall’accusa, sempre fermamente respinta, di avere tradito quei magistrati – su tutti Paolo Borsellino – con i quali aveva condiviso anni di impegno antimafia.

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