È morto bruno Contrada, il funzionario che divise l'Italia tra servizi e mafia
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Redazione Interno
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Si è spento all’età di novantaquattro anni, nella sua Palermo dove una polmonite lo aveva costretto al ricovero, Bruno Contrada, napoletano di nascita ma siciliano d’adozione, uomo dal curriculum investigativo imponente e dal destino giudiziario talmente complesso da restare, per molti versi, una ferita aperta nella storia repubblicana. La sua figura, quella di un poliziotto che aveva scalato tutti i gradini della carriera fino a diventare dirigente della Squadra Mobile e poi numero tre del Sisde, il servizio segreto civile italiano, sembrava uscita da un romanzo di intrighi, ma era fatta di carte processuali e di un'ombra pesantissima, quella del sospetto di aver tradito proprio i magistrati con cui aveva collaborato. Chi lo aveva incrociato nei corridoi di questura negli anni Settanta, quando lui era un funzionario apparentemente integerrimo, forse non avrebbe mai immaginato che il suo nome sarebbe stato legato a doppio filo con la stagione delle stragi e con il dolore dei familiari di Paolo Borsellino, che in lui, secondo quanto riferito dal fratello del giudice, vedevano un nemico, un uomo da cui guardarsi.
L’arresto nel giorno di Natale e una carriera spezzata dalla accuse
Fu il 24 dicembre del 1992, quando l’Italia era ancora sotto choc per le bombe di Capaci e via D’Amelio, che la macchina della giustizia si fermò davanti alla sua porta. Contrada, che era stato un collega e superiore di Boris Giuliano, il capo della Mobile ucciso dalla mafia nel 1979, venne arrestato con un'accusa pesantissima, quella di concorso esterno in associazione mafiosa, un reato che nel diritto penale rappresenta una zona grigia e controversa, soprattutto se applicato a fatti risalenti a un'epoca in cui quella stessa fattispecie giuridica non aveva ancora trovato una sua definizione univoca e consolidata nella giurisprudenza. Da lì in poi, la sua esistenza divenne un pendolo tra aule di tribunale e cella: dopo una prima condanna a dieci anni nel 1996, ribaltata da un'assoluzione in appello nel 2001, arrivò il colpo di scena della Cassazione, che annullò senza rinvio la sentenza di secondo grado, costringendo la corte d'appello di Palermo a un nuovo processo che, nel 2006, si concluse nuovamente con una condanna a dieci anni, poi confermata l'anno successivo. In totale, tra carcere e domiciliari, l'ex 007 scontò otto anni di detenzione, uscendone definitivamente nel 2012, ma con il peso di una sentenza passata in giudicato che lo bollava come un uomo dello Stato al servizio di Cosa Nostra.
La svolta di Strasburgo e l'annullamento degli effetti penali
Il diritto, però, è fatto anche di principi sovranazionali, e fu proprio la Corte Europea dei Diritti dell'Uomo a ribaltare l'assunto su cui si reggeva la sua condanna. Con una decisione destinata a fare scuola, i giudici di Strasburgo stabilirono che, per i fatti contestati a Contrada tra il 1979 e il 1988, il reato di concorso esterno in associazione mafiosa non poteva considerarsi "sufficientemente chiaro e prevedibile", una nozione che si sarebbe consolidata solo nel 1994 con la cosiddetta sentenza Demitry. Questo principio, sancito nel 2015, portò la Cassazione italiana, due anni dopo, a dichiarare la condanna "ineseguibile e improduttiva di effetti penali", un passaggio tecnico che di fatto svuotava la sentenza, aprendo la strada anche a un risarcimento per ingiusta detenzione, quantificato poi in circa 285mila euro e confermato nel 2023. Non si trattava, come qualcuno ha voluto strumentalmente ridurre, di una riabilitazione morale o di una dichiarazione di innocenza, ma del riconoscimento che il principio di legalità, cardine di ogni Stato di diritto, era stato violato: non si può essere puniti per un reato che all'epoca dei fatti non era chiaramente definito, anche se le azioni contestate, come emerso dai processi, erano state ritenute provate.
Il sospetto mai sopito e la figura di un uomo divisivo
Nonostante la mossa della Cedu e il successivo reintegro formale nei ruoli della Polizia di Stato da parte dell'allora capo della Polizia Franco Gabrielli, la figura di Contrada è rimasta perennemente in bilico tra due narrazioni opposte e inconciliabili. Per alcuni, tra cui molti familiari delle vittime di mafia e una parte della pubblica accusa, egli è sempre stato l'emblema di quella "zona grigia" in cui apparati dello Stato e criminalità organizzata si sarebbero incontrati, uno di quegli uomini che, pur non sparando un colpo, avrebbero fornito informazioni riservate e coperture ai clan, contribuendo a rendere vulnerabili i magistrati del pool antimafia. A gettare ulteriore benzina sul fuoco, negli anni, ci hanno pensato alcune sue dichiarazioni e i misteri irrisolti, come quello della sua presenza, secondo alcune testimonianze, nei pressi di via D'Amelio poche ore dopo la strage, un fatto che lui stesso ha sempre smentito con fermezza, sostenendo di essere arrivato sul luogo dell'attentato solo in tarda serata, in veste ufficiale. Per altri, invece, è rimasto il ritratto di un servitore dello Stato onesto, perseguitato da una giustizia che aveva bisogno di un capro espiatorio per coprire inefficienze e depistaggi altrui, un uomo che fino all'ultimo, nonostante la cecità e le condizioni di salute precarie, ha continuato a ripetere a chiunque volesse ascoltarlo la sua verità, quella di un onore da difendere e di una fiducia nelle istituzioni mai venuta meno.
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