Brexit, dieci anni dopo: il voto che divise l'Italia tra entusiasmi sovranisti e scetticismo
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Redazione Esteri
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A distanza di dieci anni esatti dal referendum che sancì l'uscita del Regno Unito dall'Unione europea, lo scenario politico appare profondamente mutato, ma non nella direzione che molti paventavano all'indomani del voto del 23 giugno 2016. La Brexit, lungi dall'aver innescato un pericoloso effetto domino, ha piuttosto trasformato il volto del sovranismo europeo, che da movimento per l'uscita dai trattati si è fatto strada come forza di condizionamento e sabotaggio interno alle istituzioni di Bruxelles.
Quel giorno, tuttavia, la classe politica italiana reagì in modi diametralmente opposti, rivelando le profonde fratture che ancora oggi attraversano il Paese in materia di politica europea. Le dichiarazioni a caldo dei leader di allora, rilette dieci anni dopo, appaiono come un prezioso spartiacque tra un'era di entusiasmi sovranisti e un presente di più cauta (e talvolta interessata) ridefinizione degli equilibri comunitari.
L'esultanza della Lega e di Fratelli d'Italia: "Ora tocca a noi"
L'onda lunga della Brexit trovò i suoi più entusiasti interpreti nelle forze politiche allora all'opposizione, in primis la Lega Nord e Fratelli d'Italia. Matteo Salvini, alla guida del Carroccio, accolse la vittoria del "Leave" con un tripudio di dichiarazioni che miravano a fare breccia nell'elettorato più euroscettico, definendo la scelta britannica un atto di coraggio da parte di "liberi cittadini" e lanciando subito la sfida per un referendum analogo in Italia. "Evviva il coraggio dei liberi cittadini! Cuore, testa e orgoglio battono bugie, minacce e ricatti. grazie Uk, ora tocca a noi", scriveva su Twitter, cavalcando un entusiasmo che trovava nelle piazze e nei cosiddetti "cantieri" del centrodestra un fertile terreno di confronto. L'obiettivo dichiarato, come emerse in quei giorni, era quello di modificare la Costituzione per consentire una consultazione popolare sui trattati internazionali, un'impresa definita dall'ex presidente Giorgio Napolitano come "pura demagogia".
Sulla stessa lunghezza d'onda, Giorgia Meloni, all'epoca presidente di Fratelli d'Italia, parlò di una "scelta coraggiosa" da cui prendere esempio, chiedendo a gran voce le dimissioni immediate della Commissione europea e auspicando una chiusura dell'Unione per rifondarla su basi completamente diverse, lontane da quelle che lei definiva "comitati d'affari" e "lobbisti". La narrazione era chiara e netta: l'Europa dei burocrati era fallita, e il popolo britannico aveva indicato la via della libertà e della democrazia diretta.
Il Pd e lo "shock" di Renzi: la difesa della casa comune
All'opposto, il fronte governativo e del Partito Democratico, con Matteo Renzi in prima linea, visse l'esito del referendum con lo smarrimento di chi vede vacillare l'impalcatura su cui aveva costruito la propria strategia politica. Il presidente del Consiglio, in una conferenza stampa convocata a Palazzo Chigi, si affrettò a dichiarare che "il popolo britannico ha scelto, noi rispettiamo la decisione", ma ribadì con forza il concetto che "l'Europa è la nostra casa, la casa nostra e dei nostri figli e nipoti", una casa che andava "ristrutturata" e "rinfrescata", ma mai abbandonata.
Solo il giorno prima del voto, Renzi aveva pubblicato un accorato appello sul quotidiano britannico The Guardian, esortando gli elettori a non compiere "la scelta sbagliata", ammonendo che un'uscita avrebbe significato scambiare "l'autonomia per la solitudine, l'orgoglio per la debolezza e l'identità per l'autolesionismo".
La reazione del premier, che convocò immediatamente un vertice con il ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan e il governatore di Bankitalia Ignazio Visco, fu improntata alla ricerca di rassicurazione per i mercati e per il sistema finanziario italiano, all'epoca particolarmente fragile. Per il governo, si apriva una fase complessa in cui la priorità era quella di scongiurare qualsiasi effetto contagio e di riaffermare il ruolo centrale dell'Italia in un'Europa da rilanciare.
Le crepe nel Movimento 5 Stelle e le ambiguità di Forza Italia
Il quadro delle reazioni si arricchiva di ulteriori sfumature e contraddizioni, specialmente nel Movimento 5 Stelle e in Forza Italia, due forze politiche che, pur collocandosi su sponde opposte dello schieramento, mostravano all'epoca notevoli incertezze sul tema europeo. I pentastellati, da sempre critici verso gli assetti di Bruxelles, videro il risultato britannico come un'occasione per ribadire la necessità di un cambiamento radicale, con un post sul blog di Beppe Grillo che tuonava: "O l'Europa cambia o muore. Ora la parola passi ai cittadini".
Tuttavia, emerse una profonda spaccatura interna, poiché la richiesta di una consultazione popolare strideva con le aperture al governismo e con le dichiarazioni di Grillo del giorno precedente, che escludeva un'uscita dell'Italia dall'Unione. La base grillina contestò duramente i vertici, accusandoli di avere una posizione simile a quella di Renzi.
In Forza Italia, il fronte era altrettanto frammentato: da una parte, gli euroscettici di lungo corso, che guardavano con simpatia alla rivolta britannica; dall'altra, esponenti come il capogruppo alla Camera Renato Brunetta, che si dichiaravano "europeisti convinti" ma non di "questa Europa", auspicando un ritorno ai principi dei padri fondatori. Anche il governatore della Liguria Giovanni Toti, pur allineato sul fronte del cambiamento interno, avvertiva che uscire dall'Europa non avrebbe giovato all'Italia, ma che mantenerla in quelle condizioni sarebbe stato ancora peggio.
Un coacervo di posizioni che rifletteva la difficoltà del centrodestra a trovare una linea comune sul tema. Dieci anni dopo, molti di quei leader che invocavano la strada dell'uscita si sono poi ritrovati a governare o a condizionare l'Europa dall'interno, dimostrando come la lezione della Brexit sia stata, per molti versi, più tattica che ideologica.
L'eredità di un voto: da Cameron a Starmer, un decennio di instabilità
Il decennio successivo alla Brexit ha dimostrato come l'instabilità politica non sia stato un effetto collaterale confinato ai soli paesi dell'Unione europea, ma abbia colpito duramente proprio il Regno Unito. La lista dei premier britannici dimessisi in questo lasso di tempo è impressionante, una sorta di valzer di Downing Street che ha consumato David Cameron, Theresa May, Boris Johnson, Liz Truss, Rishi Sunak e, da ultimo, Keir Starmer.
Proprio le dimissioni di Starmer, giunte a ridosso del decennale del referendum, sono state lette da molti come l'ultimo atto di una tragedia politica innescata da quella lontana scelta di giugno. Starmer, che aveva ereditato un partito in "bancarotta politica, finanziaria e morale", si è arreso all'evidenza di non essere la persona più adatta a traghettare il Labour verso le prossime elezioni, ammettendo di aver spesso mostrato di comprendere "poco o nulla di politica".
In un sorprendente paradosso, i sondaggi attuali vedono ora in testa Reform UK, il partito di Nigel Farage, che cavalca il malcontento popolare e minaccia di rendere la Brexit, per certi versi, un processo ancora da compiere. L'esperienza britannica sembra quindi aver insegnato all'Europa che l'uscita non conviene, ma che il malessere verso le istituzioni comunitarie, se non adeguatamente ascoltato, può trasformarsi in un potentissimo strumento di delegittimazione interna.
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