L’ultima divisa di Bruno Contrada, una vita tra servizio dello Stato e una condanna cancellata dal tempo

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Redazione Interno Redazione Interno   -   C’era una volta, e poi ancora un’altra volta, la storia processuale di Bruno Contrada, quella che si dipana come un giallo giudiziario lungo quasi un trentennio e che oggi, alla notizia della sua morte avvenuta a Palermo all’età di novantaquattro anni, si chiude con un uomo che ha voluto essere sepolto in divisa. Quella divisa di dirigente generale della Polizia di Stato, quella che il capo della Polizia Franco Gabrielli gli restituì nel 2017 con effetto retroattivo al 1° gennaio del 1993, quasi a voler cancellare con un tratto di penna amministrativa l’arresto della notte di Natale del 1992 e i trentuno mesi di carcere preventivo che ne seguirono. Lui, napoletano di nascita ma palermitano d’adozione, aveva attraversato da protagonista gli anni di piombo di Cosa Nostra, era stato il numero tre del Sisde, era stato amico e collaboratore di Paolo Borsellino, o almeno così ha sempre sostenuto, salvo poi vedersi contestare dai familiari del magistrato ucciso in via D’Amelio una verità differente.

L’avvocato Giuseppe Lipera, che lo ha assistito nell’ultima fase della sua battaglia legale, ne tratteggia un ricordo che è anche una sintesi efficace di come Contrada vivesse il suo stato: quando lo incontrò, l’ex agente segreto aveva settantasette anni e appariva, parole del penalista, come un cadavere ambulante. Un’immagine forte, che rimanda agli anni di detenzione e agli otto complessivi trascorsi tra carcere e domiciliari, ma anche alla tenacia di chi non ha mai smesso di chiedere la restituzione di quell’onore che riteneva gli fosse stato sottratto ingiustamente. Una tenacia che lo ha portato a bussare a tutte le porte, da quelle della magistratura italiana a quelle della Corte europea dei diritti dell’uomo, fino a ottenere prima la condanna dello Stato italiano per la mancata concessione dei domiciliari, e poi, nel 2015, quel verdetto che avrebbe cambiato le sorti della sua vicenda: la Corte di Strasburgo stabilì che all’epoca dei fatti contestati, tra il 1979 e il 1988, il reato di concorso esterno in associazione mafiosa non era sufficientemente chiaro e prevedibile, e che quindi Contrada non avrebbe dovuto essere condannato.

I fantasmi della zona grigia e una sentenza diventata ineseguibile

La Cassazione italiana, nel 2017, non ha revocato la condanna per merito, attenzione, non ha detto che Contrada fosse innocente. Si è limitata a recepire il dictum europeo, dichiarando quella sentenza del 2007, quella che era divenuta definitiva, ineseguibile e improduttiva di effetti penali. Una sottigliezza giuridica che per molti, come Salvatore Borsellino, non cancella affatto i fatti emersi nei processi: le frequentazioni con boss del calibro di Stefano Bontate, i favori, le patenti facili, le soffiate che secondo pentiti come Gaspare Mutolo permettevano ai latitanti di dormire sonni tranquilli. Eppure, da quel momento, l’ex poliziotto ha potuto riprendersi la pensione, i gradi, e una parte di quella dignità che aveva strenuamente difeso, continuando a ripetere, lui che pure aveva indagato sul rapimento di Mauro De Mauro e raccolto le prime confessioni del pentito Leonardo Vitale, di non aver mai tradito lo Stato.

Nella sua casa oltre la circonvallazione di Palermo, lontano dai salotti buoni del centro, lo hanno trovato in tanti per l’ultimo saluto, circondato da una vita di ricordi, enciclopedie e medaglie, collezioni e cimeli. E su quel letto di morte, la bara con al centro il di Bruno Contrada che indossa la divisa, quel berretto d’ordinanza adagiato sul naso quasi a proteggere un sonno finalmente pacificato. Un sonno che arriva dopo una vita spesa, secondo alcuni, nella lotta al male, e secondo altri, in quella zona grigia in cui i confini tra Stato e mafia si fanno talmente labili da risultare indistinguibili. Una vicenda, la sua, che continuerà a dividere, perché se la giustizia umana può dichiarare una pena ineseguibile, la storia e la memoria collettiva difficilmente si lasciano mettere in soffitta con un tratto di penna, e certe ombre restano lì, a testimoniare la complessità di un’epoca e di un uomo che quella complessità l’ha vissuta sulla propria pelle.

Description: È morto a Palermo Bruno Contrada, l'ex numero tre del Sisde. Una vita tra onori e infamia, dalla condanna per mafia al reintegro in Polizia dopo la Cedu.

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