Bruno Contrada è morto a 94 anni, l'ex numero tre del Sisde al centro dei misteri di Palermo
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Redazione Interno
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Si è spento a Palermo, all’età di 94 anni, Bruno Contrada, figura tra le più discusse e controverse della storia dei servizi segreti italiani e della lotta alla mafia. La notizia del decesso, avvenuto nella serata di giovedì 12 marzo, è stata diffusa da fonti familiari, e i funerali si terranno sabato nella chiesa di San Giuseppe Cottolengo, nel quartiere di Ciaculli. Napoletano di nascita ma palermitano d'adozione, Contrada aveva costruito l’intera carriera nel capoluogo siciliano, un percorso professionale che lo aveva visto attraversare per oltre trent’anni i gangli vitali dello Stato, dalla dirigenza della Squadra mobile fino ai vertici del Sisde, il servizio segreto civile, dove aveva ricoperto il ruolo di numero tre proprio durante gli anni più cruenti del conflitto tra Cosa Nostra e le istituzioni.
La sua esistenza, segnata dai galloni e dai misteri, è stata inevitabilmente divorata da una vicenda giudiziaria lunga e complessa che ha finito con l’oscurare, agli occhi dell’opinione pubblica, i decenni di servizio come investigatore. Contrada, che era stato a capo della Criminalpol e dirigente della Mobile, venne arrestato la mattina della vigilia di Natale del 1992, un periodo in cui la città di Palermo sanguinava ancora per le stragi di Capaci e via D'Amelio. L’accusa, per la quale fu processato, era tra le più gravi previste dall’ordinamento: concorso esterno in associazione mafiosa. Secondo la ricostruzione dei pubblici ministeri, basata sulle dichiarazioni di diversi collaboratori di giustizia, l’alto funzionario avrebbe fornito, nel corso degli anni Ottanta, informazioni e coperture a esponenti di Cosa Nostra, intrecciando i suoi doveri istituzionali con un rapporto ambiguo e, secondo l’accusa, collusivo con l’organizzazione criminale.
La condanna e il verdetto di Strasburgo che ribaltò tutto
Il processo che ne seguì, e che divise profondamente l’opinione pubblica, si concluse nel 1996 con una condanna a dieci anni di reclusione. Contrada, che ha sempre professato la sua estraneità e la sua fede nello Stato, finì per scontare otto anni di carcere. Tuttavia, la sua battaglia legale non si fermò, approdando fino alla Corte europea dei diritti dell’uomo. Fu proprio la Cedu, con una sentenza del 2015, a ribaltare i termini della questione: i giudici di Strasburgo stabilirono che l’Italia aveva violato i diritti di Contrada, in quanto, all’epoca dei fatti a lui contestati (compresi tra la fine degli anni Settanta e la fine degli anni Ottanta), il reato di concorso esterno in associazione mafiosa non era sufficientemente chiaro e prevedibile, mancando una base legale precisa che potesse giustificare una condanna. Il principio di legalità, cardine del diritto penale, veniva così invocato per dichiarare la sentenza italiana inefficace.
Sulla scorta di questa pronuncia, la Corte di Cassazione, nel 2017, ha revocato definitivamente la condanna, dichiarandola "ineseguibile e improduttiva di effetti penali". Un passaggio cruciale che ha portato, di conseguenza, alla revisione della posizione di Contrada all'interno dell'amministrazione: il Capo della Polizia dell'epoca, Franco Gabrielli, revocò il provvedimento di destituzione, reintegrando l'ex funzionario nei ranghi della Polizia di Stato con effetto retroattivo, un atto che mirava a restituirgli dignità formale e i relativi diritti pensionistici.
L'ombra dell'omicidio Mattarella e le ultime indagini
Il nome di Bruno Contrada, nonostante l’età avanzata e la definitiva archiviazione della sua condanna per mafia, era tornato a occupare le cronache giudiziarie solo pochi mesi fa, nell’autunno del 2025. La sua figura è riemersa nell’ambito di una nuova inchiesta della procura di Palermo, quella sul depistaggio delle indagini relative all’omicidio di Piersanti Mattarella, il presidente della Regione Siciliana ucciso da Cosa Nostra il 6 gennaio del 1980 e fratello dell’attuale Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. L’indagine, che ha portato agli arresti domiciliari l’ex prefetto Filippo Piritore, all’epoca funzionario della Mobile, ruota attorno alla misteriosa scomparsa di un guanto in pelle, un reperto ritrovato nell’auto dei killer subito dopo l’agguato e mai sequestrato né analizzato, fatto che avrebbe compromesso le indagini fin dal principio.
Agli atti dell’inchiesta è finita anche un’agenda del 1980 appartenuta a Contrada, sulla quale era annotato un appunto per un appuntamento con Piritore. Interpellato dai giornali dopo l’emergere di questi dettagli, Contrada, in una delle sue ultime dichiarazioni pubbliche, aveva risposto con la precisione del burocrate, spiegando di non essere stato interrogato dalla procura e di non aver mai avuto conoscenza diretta del famoso guanto, affermando peraltro che la sua agenda personale era all’epoca un documento semipubblico, dove anche i collaboratori potevano scrivere appunti. Una precisazione che, come un ultimo atto, lo ha visto ancora una volta al centro di quelle stanze del potere e dei misteri palermitani che per una vita intera aveva abitato.
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