Nitto Santapaola è morto, con lui il segreto delle stragi e il patto tra Cosa Nostra e la Catania “perbene”

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Si è spento al reparto carcerario dell’ospedale San Paolo di Milano, dove era stato trasferito dal penitenziario di Opera per via delle complicazioni legate al diabete che lo consumava da anni, Benedetto Santapaola, detto Nitto. Per lo Stato, che lo teneva ristretto in regime di 41-bis dal giorno del suo arresto, avvenuto il 18 maggio del 1993 dopo una latitanza durata undici anni, era semplicemente il detenuto numero 207298. Per la storia di Cosa Nostra, invece, era l’ultimo depositario di una verità criminale fatta di stragi, omicidi eccellenti e rapporti inconfessabili con pezzi delle istituzioni, quelli stessi che lo ritraevano – come raccontano le cronache dell'epoca – accanto a prefetti e questori, in una Catania degli anni Ottanta divisa tra sudditanza e complicità.

La sua morte, avvenuta all’età di 87 anni, non chiude soltanto una biografia personale fatta di sangue e potere, ma suggella il silenzio definitivo su alcuni dei passaggi più oscuri della storia repubblicana. Perché Santapaola, a differenza di altri boss che scelsero la strada del pentimento o che morirono ammazzati prima di parlare, ha sempre scelto il mutismo più assoluto, portandosi dietro, come scrive chi lo ha incrociato nei corridoi dei tribunali, i nomi degli “innominabili”. Di lui, condannato come mandante dell’omicidio del giornalista Giuseppe Fava (ucciso il 5 gennaio del 1984 perché con la sua penna e la sua testa aveva osato scardinare il sistema di potere che legava la mafia all'imprenditoria catanese) e come uno dei principali artefici delle stragi di Capaci e via D’Amelio, che nel 1992 spezzarono la vita a Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e agli agenti delle loro scorte, si diceva fosse il “cacciatore”, soprannome che gli calzava addosso come una seconda pelle per la spietatezza con cui eliminava i rivali.

Dalla guerra di mafia al controllo degli appalti, l’ascesa di un “imprenditore” della violenza

La sua ascesa, in realtà, non fu soltanto una questione di freddezza esecutiva. Santapaola, da stratega quale era, capì prima di altri che il potere non si conquista solo con il fucile, ma anche con la capacità di infiltrarsi nel tessuto economico e politico. La sua organizzazione, il clan Santapaola-Ercolano, non si limitò a gestire il traffico di stupefacenti o il racket delle estorsioni, ma mise le mani sugli appalti pubblici, trasformandosi in una vera e propria holding criminale che dettava legge su interi settori dell'economia legale. Una scalata, la sua, che pagò un prezzo altissimo in termini di vite umane, come dimostra la faida che nei primi anni Novanta contrappose il suo clan a quello dei Cursoti e dei Cappello, una guerra che insanguinò le strade di Catania con oltre duecentoventi omicidi in meno di due anni. Una carneficina, quella, che serviva a consolidare un dominio che non ammetteva repliche, nemmeno quelle dei vecchi sodali.

E in questo scenario di violenza senza quartiere, emerge una vicenda che da sola basterebbe a delineare il profilo morale del personaggio: la cosiddetta “strage dei picciriddi”. Correva l’anno 1976 quando quattro ragazzini del quartiere San Cristoforo – Giovanni La Greca, Lorenzo Pace, Riccardo Cristaldi e Benedetto Zuccaro, tutti tra i 14 e i 15 anni – sparirono nel nulla. Il loro unico torto, stando alla ricostruzione fornita anni dopo dal pentito Antonino Calderone, fu quello di avere scippato Cosima D’Emanuele, la madre di Santapaola. Una condanna a morte decisa e inappellabile, eseguita nelle campagne tra Riesi e Mazzarino con una ferocia che sconcertò persino gli ambienti mafiosi dell’epoca. I loro corpi non furono mai ritrovati, inghiottiti da una terra che di segreti, in quegli anni, ne ha custoditi fin troppi.

Il 41-bis di Opera e la morte della moglie, la solitudine del potere

La cattura, nel 1993, segnò la fine della sua libertà ma non la fine della sua influenza. Rinchiuso nel carcere di Opera, al Nord, lontano dalla sua Catania, Santapaola ha continuato a vivere sotto le rigide regole del carcere duro, quelle stesse regole che gli hanno impedito per oltre trent’anni di avere contatti significativi con l’esterno, se non attraverso i vetri blindati del parlatorio. Un isolamento voluto per spezzare il cordone ombelicale con l’organizzazione, un cordone che la magistratura, in più occasioni, ha dimostrato essere ancora intatto, rigettando sistematicamente le richieste di arresti domiciliari o di cure più agevoli. Il diabete che lo affliggeva, aggravato dall’età e dalla reclusione, lo ha consumato lentamente, fino all'epilogo di queste ore, con la Procura di Milano che ha comunque disposto l’autopsia per accertare le cause esatte del decesso.

A completare il quadro di un'esistenza segnata dalla violenza subita e inflitta, non si può dimenticare la tragedia personale che lo colpì nel 1995, quando la moglie, Carmela Minniti, venne uccisa a colpi di pistola nella sua abitazione da un pentito, Giuseppe Ferone, che agì per vendetta personale. Un delitto che, per paradosso, fece provare al capomafia quel dolore che lui stesso aveva inflitto a tante altre famiglie. Con la sua morte, avvenuta in un letto d'ospedale lontano dai riflettori, se ne va non solo un uomo, ma un pezzo di quella storia che ha reso la Sicilia e l’Italia un teatro di stragi e di complicità. Restano le condanne, gli ergastoli, le sentenze. E restano, inascoltate, le voci di quei ragazzini di San Cristoforo e dei carabinieri caduti nelle imboscate, ai quali nessuna sentenza potrà mai restituire la vita.

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