È morto Nitto Santapaola, il boss che non parlò mai

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il silenzio di Nitto Santapaola, quel silenzio spesso e impenetrabile che per oltre trent’anni ha avvolto come una cappa di piombo i segreti di Cosa Nostra catanese, si è spento con lui. Benedetto Santapaola, per tutti Nitto, è morto ieri sera all’età di 87 anni nel reparto di medicina penitenziaria dell’ospedale San Paolo di Milano, struttura che accoglie i detenuti del Nord Italia bisognosi di cure, e dove era stato trasferito dal carcere di Opera. Qui, al 41 bis, il regime cosiddetto duro, scontava da anni l’ergastolo che lo aveva definitivamente allontanato dal mondo, un mondo che lui, da capo indiscusso, aveva contribuito a insanguinare e a condizionare. L’autorità giudiziaria, come prassi in questi casi, ha disposto l’autopsia sul Corpo del vecchio capomafia, un atto dovuto che non attenua, però, il peso di una biografia criminale tra le più fosche della storia siciliana.

Nato a Catania nel 1938, Santapaola era diventato il reggente del clan Santapaola-Ercolano, costruendo il proprio potere non solo attraverso una spietata catena di omicidi – basti pensare alla faida con i Cursoti e i Cappello che insanguinò Catania con oltre duecento morti – ma anche, e forse soprattutto, intessendo una fitta e oscura trama di relazioni. Si faceva fotografare accanto a prefetti, questori e imprenditori, in un intreccio tra affari leciti e illeciti che gli permise di mettere le mani sugli appalti pubblici, sulle estorsioni e su un traffico di stupefacenti che allargava la sua influenza ben oltre i confini etnei. Dopo undici anni trascorsi da latitante, fu sorpreso nel sonno all'alba del 18 maggio 1993, in un casolare nelle campagne di Mazzarrone, accanto alla moglie, in un rifugio che nascondeva anche una cappella, quasi a voler suggellare una vita dedita al male con un segno di devozione formale e ipocrita.

La sua carriera criminale, come documentano fittissimi fascicoli giudiziari, è costellata di condanne per reati che vanno dall’associazione mafiosa all’omicidio, fino al traffico internazionale di droga. Il nome di Santapaola è legato indissolubilmente ad alcune delle pagine più tragiche della lotta alla mafia: ritenuto uno dei mandanti della strage di Capaci del 23 maggio 1992, in cui persero la vita il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli uomini della scorta, fu condannato all’ergastolo anche per l’omicidio del giornalista Pippo Fava, ucciso a Catania il 5 gennaio del 1984. La sua figura emerge tra i mandanti, quale membro della cupola, anche per la strage di via D’Amelio dove morì Paolo Borsellino, e per l’omicidio dell’ispettore capo Giovanni Lizzio, il primo poliziotto ucciso a Catania, un delitto che Totò Riina pretese per estendere l’attacco dello Stato anche alla città etnea. Santapaola, che in alcune occasioni processuali tentò di atteggiarsi a “vittima dei pentiti”, non ruppe mai il proprio riserbo, portando con sé i segreti su quegli anni di piombo, sugli accordi con la massoneria e sui complici insospettabili che, da Catania a mezza Sicilia, avevano permesso al suo impero di prosperare.

L’autopsia disposta e gli ultimi anni di reclusione

La Procura di Milano ha avviato le procedure per l’autopsia, un accertamento che, se da un lato chiarirà le cause esatte del decesso sopraggiunto per via delle complicate condizioni di salute del boss – da tempo soffriva di una grave forma di diabete che ne aveva aggravato il quadro clinico – dall’altro chiude definitivamente la possibilità che quel carcere duro, il 41 bis che lo isolava dal mondo con vetri blindati a separarlo dai parenti, potesse mai restituire qualcosa alla società in termini di verità giudiziaria. Arrestato nel 1993 dopo una latitanza durata undici anni, non uscì più dal carcere. La sua detenzione, sempre in regime di alta sicurezza, non gli impedì, secondo quanto emerso in diverse inchieste, di continuare a tessere le fila del clan dall’interno, tanto che le richieste di arresti domiciliari o di ricovero in strutture mediche ordinarie vennero sistematicamente respinte dalla magistratura di sorveglianza, che ne sottolineava la persistente pericolosità sociale.

Dalla latitanza al controllo del territorio

La sua ascesa, iniziata alla fine degli anni Settanta, lo vide diventare il “cacciatore” – questo uno dei suoi soprannomi – capace di muoversi con abilità tra le spire del potere politico e imprenditoriale. L’alleanza con i Corleonesi di Totò Riina gli garantì il dominio incontrastato su Catania, ma fu anche la causa di una escalation di violenza inaudita. In quel periodo, la sua cosca si rese responsabile di omicidi eccellenti e di stragi che miravano a decapitare lo Stato, come nel caso dell’attentato sulla circonvallazione di Palermo del 16 giugno 1982, costato la vita al boss rivale Alfio Ferlito e a tre carabinieri di scorta, un delitto per il quale venne condannato. Nonostante le smentite e le iniziali assoluzioni in alcuni processi, il mosaico delle sue responsabilità si è composto nel tempo, pezzo dopo pezzo, grazie anche alle rivelazioni di collaboratori di giustizia come Antonino Calderone e Giuseppe Pulvirenti, che ne hanno delineato i contorni di un potere ombroso e pervasivo.

Un impero costruito sul sangue e sugli appalti

Oltre alle stragi, il controllo del territorio passava attraverso la gestione degli appalti e delle concessioni pubbliche, come emerse già nei primi anni Ottanta da un’inchiesta sui casinò di Sanremo e Venezia, quando la Guardia di Finanza scoprì i tentativi della sua organizzazione di infiltrarsi nei giochi e nelle concessioni, attraverso prestanome e società fittizie. Era un “imprenditore” della mafia, capace di inaugurare concessionarie d’auto con la presenza di rappresentanti delle istituzioni, mentre alle sue spalle cresceva il numero dei cadaveri lasciati dalle faide. Con la sua morte, avvenuta in un letto d’ospedale lontano dalla sua Catania, si chiude un cerchio, ma restano aperti – per sempre, forse – tutti quei faldoni giudiziari che raccontano di complicità e zone d’ombra che Nitto Santapaola, fedele al suo ruolo di “uomo d’onore”, si è portato nella tomba, lontano dai riflettori e da quel palcoscenico criminale che aveva dominato per decenni.

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