L’autopsia sul Corpo di Nitto Santapaola, la salma verrà cremata a Milano e poi trasferita a Catania

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Interno Redazione Interno   -   Si è conclusa a Milano, presso l’Istituto di medicina legale, l’autopsia sul corpo di Benedetto Santapaola, per tutti Nitto, lo storico capo di Cosa Nostra catanese morto lo scorso 2 marzo all’età di 87 anni nel reparto di medicina penitenziaria dell’ospedale San Paolo. L’esame autoptico, disposto dalla Procura di Milano come prassi in caso di decesso di detenuti, è stato eseguito per accertare le cause del decesso dell’ergastolano, che da tempo soffriva di una grave forma di diabete e le cui condizioni, nelle ultime settimane, si erano ulteriormente aggravate, tanto da rendere necessario il trasferimento dal carcere duro di Opera, dove stava scontando il 41bis, alla struttura ospedaliera. Una volta completate tutte le procedure, e solo dopo il nulla osta dell’autorità giudiziaria, la salma – come si è appreso – verrà affidata a un’agenzia di onoranze funebri di Catania, la D’Emanuele, che si occuperà della cremazione, la quale avverrà a Milano, e del successivo trasferimento delle ceneri nel capoluogo etneo.

Il destino delle ceneri e l’omaggio social al capomafia

L’urna cineraria, una volta giunta in Sicilia, dovrebbe trovare posto all’interno della cappella di famiglia nel cimitero di Catania, dove già riposano i resti della moglie Carmela Minniti, uccisa nel settembre del 1995 – in un agguato rivendicato come atto di vendetta personale da un ex affiliato – e dello stesso Santapaola non sono previste, per motivi di ordine pubblico, esequie pubbliche o celebrazioni funebri, né al momento dell’arrivo delle ceneri né tantomeno nella sua città d’origine, ma la sua morte ha comunque scatenato un fenomeno parallelo e preoccupante, che si è consumato lontano dai riflettori istituzionali e dalle chiese, e cioè sui social network. Da TikTok a Facebook, infatti, dalla notizia del decesso in poi si sono moltiplicate decine di messaggi di cordoglio rivolti al boss, con utenti che lo hanno salutato come “il re di Catania”, scrivendo frasi del tipo “riposa in pace zio Nitto”, “sei stato un grande” o ancora “oggi in cielo c’è una nuova stella”, un’ondata di post che, al di là della loro spontaneità o meno, testimoniano quanto radicato sia ancora in certi ambienti il sentimento di vicinanza e, talvolta, di ammirazione verso una figura che ha segnato sanguinosamente la storia criminale della città.

Diciottesimo ergastolo e la permanenza al 41bis

Figura centrale e tra le più spietate di Cosa Nostra, Santapaola era stato condannato alla pena dell’ergastolo per diciotto volte, una sfilza di sentenze passate in giudicato che lo indicano come mandante di alcuni degli episodi più bui della storia italiana, dalle stragi di Capaci e via D’Amelio nel 1992, volute dalla cupola corleonese e da lui stesso caldeggiate, all’omicidio del giornalista Giuseppe Fava, ucciso a Catania nel 1984 per aver denunciato i legami tra mafia e affari, fino all’assassinio dell’ispettore capo di polizia Giovanni Lizzio. Nonostante l’età e la detenzione prolungata, che durava ininterrottamente dal suo arresto nel maggio del 1993 dopo undici anni di latitanza, il regime del 41bis non gli era mai stato revocato, poiché lo si riteneva ancora in grado, nonostante le sbarre, di mantenere contatti con l’esterno e di influenzare le dinamiche del clan Santapaola-Ercolano, e le sue condizioni di salute, seppur progressivamente peggiorate, non avevano mai indotto i giudici a concedergli misure alternative come gli arresti domiciliari, ritenendo che il suo potere di “uomo d’onore” non si fosse affatto affievolito.

La lunga latitanza e la cattura del “cacciatore”

La carriera criminale di Santapaola, soprannominato “il cacciatore” per la sua passione venatoria, era stata costellata non solo di omicidi e stragi ma anche di depistaggi, misteri e una latitanza durata oltre un decennio, durante la quale riuscì più volte a sfuggire a blitz delle forze dell’ordine e persino ad attentati organizzati dai clan rivali. Visse per anni come un “fantasma”, muovendosi tra casolari nelle campagne del Catanese e rifugi nella provincia di Messina, forte di una fitta rete di complicità che gli permetteva di restare un passo avanti agli investigatori, fino a quando, la notte del 18 maggio 1993, gli agenti del Servizio centrale operativo e i finanzieri lo sorpresero nel sonno in un casolare nelle campagne di Mazzarrone, mentre dormiva accanto alla moglie, un blitz, denominato “Luna piena”, che pose fine alla sua fuga e lo riportò in cella, dove è rimasto fino all’ultimo giorno.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.