È morto Nitto Santapaola, il boss che fece sparare a Falcone e Borsellino

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La morte è arrivata per cause naturali, in un letto d'ospedale piuttosto che al fresco dell’isolamento, ma non ha posto fine, né poteva, alla lunga scia di sangue che Benedetto Santapaola, per tutti Nitto, si è lasciato alle spalle. Il boss, 87 anni, storico e spietato capo di Cosa Nostra a Catania, è deceduto nel reparto di medicina penitenziaria dell’ospedale San Paolo di Milano, la struttura che accoglie i detenuti del Nord Italia bisognosi di cure, dove era stato ricoverato dal 25 febbraio a causa delle aggravate condizioni di salute legate a una grave forma di diabete che da tempo lo affliggeva. La procura milanese, come prassi in questi casi, ha disposto l’esame autoptico, sebbene non vi siano dubbi sulla cause del decesso. Detenuto dal 1993, Santapaola scontava i suoi ergastoli – e sono diversi – nel carcere di Opera, sottoposto al regime del 41 bis, quel carcere duro che con i suoi vetri blindati lo separava dal mondo esterno e dai familiari, quei pochi che andavano a fargli visita, e che per oltre trent’anni ne ha segnato l’esistenza.

Dai salotti buoni alle faide di sangue: l’ascesa del “cacciatore”

La figura di Nitto Santapaola non è racchiudibile soltanto nella sua ferocia, che pure è stata tanta e documentata. Negli anni Ottanta, il potere del boss catanese era tale da permettergli di farsi ritrarre accanto a prefetti e questori, durante l’inaugurazione di concessionarie d’auto, in una sorta di zona grigia fatta di complicità e di vessazioni, dove il suo ruolo di imprenditore della morte si mescolava a quello, più convenzionale, di uomo d’affari. Era il braccio armato di Cosa Nostra etnea, il capo indiscusso del clan Santapaola-Ercolano, e la sua alleanza con i Corleonesi di Totò Riina lo proiettò in una dimensione nazionale, e tragica, della lotta allo Stato. Durante la sua latitanza, iniziata nel 1982 e protrattasi per undici anni, la sua organizzazione seminò il terrore in una sanguinosissima faida che, soltanto tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta, provocò oltre duecento omicidi nel catanese. Una guerra di mafia, quella contro i clan rivali, che contribuì a consolidare il suo potere assoluto sul territorio.

Il peso degli ergastoli: da Capaci a via D’Amelio

Le sentenze che lo riguardano lo indicano senza mezzi termini come uno dei mandanti delle stragi del 1992, l’anno che cambiò per sempre la storia d’Italia. Per i magistrati, Nitto Santapaola fu tra coloro che decisero la morte del giudice Giovanni Falcone, ucciso insieme alla moglie Francesca Morvillo e agli agenti della scorta nella strage di Capaci il 23 maggio di quell’anno. Un attentato che sconvolse il paese e a cui seguì, di lì a poco, quello di via D’Amelio in cui perse la vita Paolo Borsellino. Omicidi eccellenti, si dice, ma anche delitti rimasti nella memoria collettiva come quello del giornalista Giuseppe Fava, ucciso a Catania il 5 gennaio del 1984 per aver avuto il coraggio di raccontare, con le sue inchieste, il vero volto del potere mafioso e dei suoi intrecci. Per questi motivi, e per altri ancora – come l’omicidio dell’ispettore di polizia Giovanni Lizzio – Santapaola si è visto infliggere molteplici ergastoli.

L’arresto e gli anni al 41 bis tra silenzi e vendette

La sua lunga latitanza terminò il 18 maggio del 1993, quando venne sorpreso nel sonno dalle forze dell’ordine in un casolare nelle campagne di Mazzarrone, durante l’operazione “Luna Piena”. Dormiva accanto alla moglie, Carmela Minniti, la donna che non lo aveva mai abbandonato e che per questo, forse, pagò un prezzo altissimo: venne uccisa a colpi di pistola due anni dopo, nel settembre del 1995, per mano di un pentito che voleva vendicare i parenti uccisi nella faida. Un destino, quello della vendetta, che non ha mai smesso di accompagnare la sua figura. Da detenuto, nonostante il carcere duro e l’isolamento, gli inquirenti lo hanno più volte accusato di avere continuato a tessere le fila dei suoi affari illeciti, circostanza che ha portato al rigetto di ogni richiesta di attenuazione del regime detentivo, comprese quelle legate alla salute cagionevole. Patologie che, alla fine, ne hanno determinato il trasferimento in ospedale e, di lì a poco, il decesso. Un uomo che ha segnato un’epoca di stragi e di misteri, spegnendosi lontano dai riflettori, in una stanza d’ospedale, dopo aver trascorso gli ultimi trentatré anni della sua vita in cella.

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