La morte di Nitto Santapaola a Opera, il boss che portò i segreti di mafia nella tomba
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Redazione Interno
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È morto in silenzio, come aveva sempre vissuto negli ultimi trentatré anni, tenendo la bocca cucita e gli occhi bene aperti su un mondo di affari, complicità e sangue che nessuno è mai riuscito a fargli raccontare. Benedetto Santapaola, per tutti Nitto, si è spento ieri sera all’età di ottantasette anni nel reparto di medicina del carcere di Opera, a Milano, dove era detenuto in regime di 41 bis dal giorno del suo arresto, avvenuto all’alba del 18 maggio 1993 in un casolare sperduto nelle campagne di Mazzarrone, dopo undici anni di latitanza. La Procura di Milano, come prassi in questi casi, ha disposto l’autopsia sul Corpo del boss catanese, una formalità necessaria per chiarire ogni aspetto di un decesso avvenuto in detenzione, sebbene le cause naturali – un diabete grave che da tempo ne minava la salute – sembrano essere all’origine del decesso.
Figura centrale e spietata di Cosa nostra, Santapaola era considerato il capo indiscusso della mafia etnea, un criminale capace di trasformare il proprio clan in una holding economica in grado di infiltrare gli appalti pubblici, il traffico di stupefacenti e persino i salotti buoni dell’imprenditoria e della politica siciliana. Il suo nome, all’interno delle sentenze che lo hanno condannato a molteplici ergastoli, è legato a doppio filo con alcuni dei delitti più efferati della storia repubblicana: dall’omicidio del giornalista Giuseppe Fava, ucciso a Catania il 5 gennaio del 1984 per aver osato denunciare i legami tra i “quattro cavalieri del lavoro” e la malavita organizzata, fino alle stragi del 1992. In quell’anno maledetto, Santapaola – fedele alleato dei corleonesi di Totò Riina – sedette nella cupola stragista che decise di fare saltare in aria il giudice Giovanni Falcone, e per questo, così come per la strage di via D’Amelio in cui morì Paolo Borsellino, riportò condanne definitive all’ergastolo.
Il boss che non parlò mai
Ciò che ha sempre contraddistinto la detenzione di Santapaola, tuttavia, non è stato soltanto il catalogo dei suoi crimini, quanto piuttosto il muro di gomma che ha opposto a inquirenti e collaboratori di giustizia. Lui, che pure vedeva i suoi ex gregari raccontare retroscena e nomi di politici, massoni e imprenditori compiacenti, non ha mai aperto il carcere. In un processo, anni fa, ebbe a definirsi una «vittima dei pentiti», quasi a voler ribaltare i ruoli tra chi la verità la svelava e chi invece la seppelliva per sempre. Una recita, la sua, portata avanti con coerenza sino all’ultimo respiro: portarsi dietro i nomi degli innominabili, le trattative, le libbre di carne umana scambiate per denaro e potere, significava preservare un patto non scritto con coloro che, fuori, continuavano a gestire gli affari di un impero che da dentro non poteva più governare, ma solo proteggere con il silenzio.
Dalla latitanza al 41 bis
La cattura di Nitto Santapaola, avvenuta nel 1993, pose fine a una latitanza cominciata nel 1982, quando il boss capì che il vento stava cambiando e che le manette, prima o poi, sarebbero scattate. Da quel momento in poi, per lui si aprirono le porte del carcere duro, quel 41 bis pensato proprio per recidere ogni legame tra il detenuto e l’organizzazione di appartenenza. Un isolamento che, nonostante le rigide misure, non riuscì mai del tutto a impedirgli di esercitare una qualche forma di influenza, tanto che in più occasioni la magistratura respinse le richieste di arresti domiciliari o di ricovero in strutture esterne, proprio per il timore che potesse continuare a tessere le sue trame. Morire in cella, per un uomo che aveva ordinato la morte di sette carabinieri – quattro a Palermo e tre a Catania – quasi fossero carne da macello, assume i contorni di una fine quasi scontata, ma non per questo meno carica di significato giudiziario e storico.
Un lascito di misteri irrisolti
Con la scomparsa di Santapaola, avvenuta nel reparto carcerario dell’ospedale San Paolo di Milano dove era stato trasferito per l’aggravarsi delle sue condizioni, si chiude un capitolo fondamentale della storia di Cosa nostra, ma si allungano le ombre su molti dei retroscena che lo riguardavano. Le indagini sul suo ruolo nelle stragi e nei rapporti tra mafia e Stato, condotte in decenni di processi, hanno portato alla luce verità giudiziarie inconfutabili, eppure il coagulo di segreti che Santapaola custodiva – sulle coperture, sugli insospettabili che frequentavano i suoi salotti, sulle connivenze istituzionali – rappresentava ancora un patrimonio informativo di valore inestimabile per gli investigatori. Un patrimonio che, come temevano in molti, si è dissolto nel nulla con il suo ultimo respiro, lasciando agli atti giudiziari solo le tracce che lui, ostinatamente, non volle mai confermare o smentire.




