Nitto Santapaola, la morte del boss che fece tremare Catania e lo Stato: dai misteri di Capaci all'ultimo respiro in cella a Opera
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
Il silenzio che avvolge le corsie del reparto di medicina penitenziaria dell’ospedale San Paolo di Milano ha inghiottito, lunedì scorso, l’ultimo respiro di Benedetto Santapaola, per tutti Nitto, il capo che per decenni ha tenuto sotto scacco la città di Catania e tessuto le trame più oscure di Cosa Nostra. L’uomo, che di anni ne aveva 87, era stato trasferito d’urgenza dalla sua cella nel carcere di Opera, dove scontava il regime del 41 bis, a causa di un improvviso e grave aggravamento delle sue condizioni di salute; un fisico, il suo, minato da tempo da una forma debilitante di diabete e da quel logorio inesorabile che solo mezzo secolo di vita vissuta all’ombra della latitanza prima, e del carcere duro poi, può infliggere. Con lui, spirato nel nosocomio milanese, se ne va uno degli ultimi grandi interpreti della stagione stragista che insanguinò l’Italia a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta, quel periodo in cui la mafia dichiarò guerra aperta allo Stato e i cadaveri eccellenti diventarono il triste lessico di un conflitto senza esclusione di colpi.
Per oltre trent’anni, dal suo arresto avvenuto nel maggio del 1993 – quando gli uomini del Servizio Centrale Operativo lo sorpresero nel sonno, in un casolare nelle campagne di Mazzarrone, dopo undici lunghi anni di latitanza – Santapaola non aveva più rivisto la libertà. La sua cattura, avvenuta pochi mesi dopo quella di Totò Riina, sigillò il destino di un’alleanza di ferro con i corleonesi che lo aveva portato a scalare i vertici della piramide criminale siciliana. La Procura di Milano, come da prassi in questi casi, ha già disposto l’esame autoptico sulla salma, un atto dovuto che però non potrà restituire ciò che il boss si è portato per sempre nella tomba: la verità su alcuni dei delitti più efferati della storia repubblicana, a partire da quella strage di Capaci del 23 maggio 1992 in cui persero la vita il giudice Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e i tre agenti della scorta.
L’eredità spezzata e le nuove forme del potere criminale nell’era post-corleonese
La scomparsa di Nitto Santapaola, però, non rappresenta soltanto la fine biologica di un uomo, per quanto spietato e potente sia stato, ma chiude simbolicamente un'intera parentesi storica della criminalità organizzata. Come ha avuto modo di sottolineare Ignazio Fonzo, magistrato che per lunghi anni è stato una colonna portante della Direzione Distrettuale Antimafia di Catania e che ha indagato a fondo le dinamiche delle famiglie etnee, la morte di un boss di tale calibro rappresenta un evento complesso, in cui il declino fisico del singolo si intreccia inevitabilmente con la fine di un'era strategica per l'intera organizzazione. Santapaola, a differenza di altri, non ha mai scelto la via della collaborazione con la giustizia, portando con sé segreti e reticoli di complicità che hanno attraversato come un fiume carsico i mondi opachi degli affari e della politica, specialmente in una Catania che negli anni ’80 e ’90 contava oltre cento morti all’anno nelle guerre di mafia. La sua figura, d'altronde, era quella del "cacciatore", come lo avevano soprannominato, ma anche di un imprenditore di se stesso, capace di farsi fotografare accanto a prefetti e commissari mentre la sua scia di sangue allungava ombre inquietanti su tutto il territorio etneo.
Se da un lato, quindi, la detenzione in regime di 41 bis aveva già da tempo allontanato il vecchio capo dal controllo diretto delle operazioni sul campo – controllo che negli anni era stato gestito da figure come il nipote Aldo Ercolano, più volte arrestato e considerato il reggente naturale del clan – dall’altro lato il vuoto di potere che si apre oggi rischia di riaccendere tensioni sopite o di accelerare un riassetto che era già in atto. Non si tratta più, però, di immaginare una successione basata sulla capacità di sparare per primi, quanto piuttosto di comprendere come si evolverà quella trasformazione da una mafia militare, fatta di kalashnikov e omicidi eccellenti, a una mafia degli affari, più silente e forse ancora più pericolosa. Gli investigatori, e lo stesso magistrato Fonzo lo ha ricordato, sanno bene che la fine del capo carismatico non significa affatto la fine del potere economico e dell'influenza territoriale; anzi, in molti casi, essa segna il passaggio a una fase in cui a comandare sono manager discreti, professionisti della finanza e imprenditori compiacenti, pronti a reinvestire capitali illeciti in un'economia legale sempre più permeabile e fragile.




