È morto Nitto Santapaola, il boss che fece la guerra allo Stato e non parlò mai

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il silenzio di Nitto Santapaola, un silenzio fatto di sguardi sfuggenti e labbra serrate che per oltre trent’anni ha protetto chissà quali segreti, si è spento insieme a lui. Il capo di Cosa Nostra a Catania, l’uomo che i pentiti hanno dipinto come uno dei mandanti delle stragi del ’92, è morto ieri all’ospedale San Paolo di Milano, dov’era stato trasferito dal carcere di Opera a causa del diabete che da tempo ne minava il fisico, ormai minato da 87 anni di vita e da 33 trascorsi in cella, la maggior parte dei quali in regime di 41 bis. Il silenzio, quello sì, è stata l’unica arma che non ha mai deposto, quasi a voler dimostrare, fino all’ultimo respiro, che il potere di un boss si misura anche da ciò che sceglie di non rivelare. La Procura di Milano, come prassi in questi casi, ha disposto l’autopsia sul Corpo del detenuto.

Dalla Pam Car alle stragi, l’ascesa di un padrino

La figura di Benedetto Santapaolo, detto Nitto, è sempre stata avvolta da un’aura contraddittoria, quasi schizofrenica, che ne ha segnato la parabola criminale. Da un lato, il boss che negli anni Ottanta posava sorridente accanto a prefetti e questori all’inaugurazione della sua concessionaria di auto, la Pam Car, un evento mondano che suggellava intrecci pericolosi tra potere legale e illegale; dall’altro, il feroce alleato dei corleonesi, l’uomo che non esitò a sporcarsi le mani di sangue eccellente. Fu lui, secondo le sentenze, a volere la morte del giornalista Giuseppe Fava, ucciso il 5 gennaio del 1984 perché con il suo impegno e la sua penna aveva osato denunciare i legami tra Cosa Nostra e alcuni imprenditori etnei, i cosiddetti “quattro cavalieri dell’apocalisse”. Ma il suo nome è legato a doppio filo anche alla stagione stragista del 1992, quando Falcone e Borsellino caddero sotto il piombo mafioso: Santapaola, quale membro della Cupola, avrebbe autorizzato l’uso del suo artificiere per la strage di Capaci, e per questo è stato condannato all’ergastolo.

La latitanza, l’arresto e il muro di gomma

Diventato latitante nel 1982, Nitto Santapaola riuscì a sfuggire alla cattura per undici lunghi anni, muovendosi in quel territorio etneo che conosceva palmo a palmo, protetto da una fitta rete di complicità e omertà. Poi, all’alba del 18 maggio 1993, il capitolo della fuga si chiuse in un casolare nelle campagne di Mazzarrone, durante l’operazione “Luna Piena”. Venne sorpreso nel sonno, accanto alla moglie, e da quel momento per lui si spalancarono le porte del carcere duro, quello che isola e annienta. Nonostante le sbarre, però, la sua ombra ha continuato a lungo ad allungarsi sugli affari di Cosa Nostra catanese, tanto che più volte gli sono stati negati i benefici penitenziari, anche quando la malattia ha iniziato a piegarlo: si riteneva, insomma, che potesse ancora impartire ordini dal carcere.

Una morte che chiude un’epoca, ma non svela i misteri

Con la morte di Nitto Santapaola, avvenuta in un letto d’ospedale lontano dalla sua Sicilia, se ne va l’ultimo depositario di segreti che probabilmente non verranno mai alla luce. Lui, che in un’udienza si era difeso recitando la parte della vittima dei pentiti, non ha mai aperto varchi nelle sue difese. Nessuna collaborazione con la giustizia, nessuna rivelazione sugli affari sporchi o su quelle presunte relazioni eccellenti che, tra Catania e mezza Sicilia, tenevano insieme affari e politica. Un muro che ha retto per decenni, e che ora, con la sua scomparsa, rischia di seppellire per sempre verità scomode. La procura, con l’autopsia, cercherà di chiarire eventuali responsabilità mediche nel decesso, ma il quadro giudiziario, con le sue condanne all’ergastolo, era già definitivo.

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