È morto Nitto Santapaola, il "cacciatore" che fece tremare Catania
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Redazione Interno
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Si è spento lunedì nel carcere milanese di Opera, dove stava scontando il regime del 41-bis, Benedetto Santapaola, per tutti Nitto, l’ultimo, autentico patriarca della mafia catanese. Aveva 87 anni e la sua salute, da tempo minata da diabete e da altri gravi disturbi, aveva subito un repentino peggioramento tanto da rendere necessario, lo scorso 25 febbraio, un ricovero all’ospedale San Paolo di Milano. Il decesso, avvenuto in infermeria penitenziaria, ha automaticamente attivato le procedure previste: la procura milanese ha infatti disposto l’autopsia sul Corpo del boss, un atto dovuto per fugare ogni possibile ombra sulle cause della morte, sebbene appaia riconducibile a un naturale declino fisico aggravato dalle patologie di cui soffriva.
La sua storia criminale, del resto, si intreccia in maniera indissolubile con le pagine più buie della storia repubblicana. Detenuto ininterrottamente dal 18 maggio del 1993, giorno in cui venne catturato dopo una latitanza durata undici anni in un casolare nelle campagne di Mazzarrone, nel Catanese, Santapaola non era un semplice gregario. Era stato lui, fedelissimo alleato dei corleonesi di Totò Riina fin dagli anni Settanta, a prendere per primo le redini della famiglia etnea, non esitando a eliminare il suo vecchio capo, Giuseppe Calderone, per favorire l’ascesa del clan dei Corleonesi. Un’alleanza, quella con i corleonesi, che pagò con moneta sonante: si ritiene infatti che fosse tra i mandanti della strage di Capaci del 23 maggio 1992, in cui persero la vita il giudice Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e gli agenti della scorta, ma anche di quella di via D’Amelio, che due mesi dopo uccise Paolo Borsellino.
Il metodo della ferocia e i rapporti con il potere
Il soprannome che gli avevano cucito addosso, il Cacciatore, non alludeva soltanto alla sua passione venatoria, condivisa peraltro con lo stesso Riina, ma descriveva piuttosto una postura esistenziale, un modo di intendere la vita e la morte. Per Santapaola, uccidere era un mestiere, uno strumento di regolazione dei conflitti e di affermazione del proprio dominio. Fu lui, secondo le ricostruzioni giudiziarie, a mettere a disposizione di Riina la propria squadra di fuoco per l’omicidio del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, assassinato a Palermo il 3 settembre 1982 insieme alla moglie Emanuela Setti Carraro e all’agente di scorta Domenico Russo. Un delitto, quello del prefetto, che rappresentò una svolta epocale e che rivelò quanto in profondità la mafia catanese, spesso considerata allora una costola minore di Cosa Nostra, fosse in realtà inserita nei gangli vitali del sistema di potere.
Il legame con il mondo dell’imprenditoria e della politica locale emerse con chiarezza nelle inchieste successive, in particolare quelle condotte dallo stesso Falcone, che portarono alla luce i rapporti organici tra il boss e i cosiddetti "quattro cavalieri del lavoro", ovvero Carmelo Costanzo, Gaetano Graci, Mario Rendo e Francesco Finocchiaro. Santapaola era stato fotografato in compagnia di uomini delle istituzioni, frequentava le loro riserve di caccia e aveva persino investito i proventi delle estorsioni e del traffico di droga in attività commerciali, come la concessionaria d’auto Pam Car, inaugurata alla presenza del prefetto e del questore di Catania. Un radicamento sociale e politico che gli permise di gestire gli appalti pubblici e di controllare il territorio con una ferocia inaudita, come dimostra l’omicidio del giornalista Giuseppe Fava, fondatore de I Siciliani, ucciso il 5 gennaio del 1984 per aver avuto il coraggio di denunciare proprio quelle complicità.
L’ergastolo e la morte in cella
Nel suo curriculum criminale, condanne all’ergastolo e processi celebri si susseguono senza soluzione di continuità. Oltre ai delitti eccellenti, Santapaola dovette rispondere delle stragi che insanguinarono Catania negli anni Ottanta, come l’omicidio del rivale Alfio Ferlito, ucciso nel 1982 insieme ai carabinieri che lo scortavano nella cosiddetta strage della circonvallazione di Palermo. Per tutti questi crimini, la giustizia gli ha inflitto il carcere a vita, una pena che ha scontato integralmente senza mai mostrare segni di cedimento o di pentimento. La sua pericolosità sociale, per i giudici, non è mai venuta meno, nemmeno negli ultimi anni di detenzione, quando le condizioni fisiche erano ormai precarie.
L’ultimo atto della sua esistenza terrena si è consumato dunque in una cella del carcere di Opera, il medesimo istituto che per anni ha ospitato altri grandi nomi di Cosa Nostra. La salma, a cui sarà eseguita l’autopsia per volontà della magistratura, verrà probabilmente restituita ai familiari nei prossimi giorni. Con la morte di Nitto Santapaola si chiude un capitolo fondamentale della storia mafiosa siciliana, quello di un boss che seppe coniugare l’antica vocazione all’omertà con la modernità degli affari, mantenendo fino all’ultimo lo status di capo indiscusso, capace di far tremare un’intera città.




