La scelta dell‘arcivescovo di Catania: nessun funerale religioso per il boss Nitto Santapaola, morto il silenzio della Chiesa per evitare che diventi un omaggio
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Redazione Interno
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A dieci giorni dalla morte di Benedetto “Nitto” Santapaola, avvenuta il 2 marzo scorso nel carcere di Opera, la posizione della Chiesa catanese si è fatta definitivamente chiara, e lo ha fatto attraverso le parole del suo arcivescovo, monsignor Luigi Renna. Il presule, in un’intervista rilasciata al quotidiano L’Avvenire, ha motivato la decisione della diocesi di non celebrare esequie pubbliche per lo storico capo della mafia etnea, chiudendo di fatto la porta a qualsiasi ipotesi di cerimonia religiosa. Una scelta, la sua, che affonda le radici in una riflessione attenta sul significato profondo del rito funebre e, soprattutto, sul pericolo concreto che esso possa essere stravolto e trasformato in qualcosa di diametralmente opposto alla preghiera cristiana.
Il nodo centrale, come spiegato dallo stesso monsignor Renna, risiede nell’opportunità pastorale e nel rischio di strumentalizzazioni. Organizzare un funerale pubblico per un uomo che ha incarnato per decenni la leadership di Cosa Nostra, condannato a 18 ergastoli per una scia di sangue che include le stragi di Capaci e via D’Amelio, significherebbe offrire un palcoscenico pericoloso. Il timore, tutt’altro che infondato, è che la celebrazione si trasformi in un momento di esaltazione della figura del boss, un’occasione per manifestazioni di cordoglio pubblico che potrebbero facilmente tramutarsi in una implicita riaffermazione di potere e, persino, in un’occasione per suggellare vecchie e nuove alleanze tra ambienti criminali. La Chiesa, in questo frangente, ha scelto la linea della netta separazione, rifiutando qualsiasi compromesso che potesse offuscare il messaggio evangelico e, al contempo, ferire la coscienza di una città che quelle violenze le ha subite.
La volontà del defunto e il divieto del questore: quando le scelte convergono
La decisione dell’arcidiocesi, peraltro, non è caduta nel vuoto, ma si è innestata su un quadro già definito da altre determinazioni, creando una convergenza di fatto sulla linea del “no” a qualsiasi celebrazione. Da un lato, come riferito dal legale del boss, l’avvocato Carmelo Calì, lo stesso Santapaola avrebbe espresso in vita la volontà di essere cremato senza alcuna cerimonia, una disposizione personale che avrebbe reso superflue molte delle discussioni successive. Dall’altro, l’autorità di pubblica sicurezza, con un provvedimento del questore di Catania, aveva già vietato qualsiasi cerimonia funebre pubblica o privata, disponendo che il trasferimento dell’urna avvenisse in forma strettamente riservata, senza cortei né manifestazioni esteriori. L’altolà delle forze dell’ordine mirava a prevenire possibili adunate o atti di omaggio che potessero turbare l’ordine pubblico, una misura precauzionale divenuta prassi in casi analoghi per evitare che la morte di un boss si trasformi in un evento mediatico o, peggio, in un raduno malavitoso.
La salma di Santapaola, dopo l’autopsia disposta dalla procura di Milano e svoltasi nei giorni scorsi, è stata cremata nel capoluogo lombardo. Le sue ceneri, una volta giunte a Catania, troveranno verosimilmente posto nella cappella di famiglia all’interno del cimitero monumentale della città, dove già riposa la moglie Carmela Minniti, uccisa nel 1995. L’operazione di trasferimento avverrà con la massima discrezione, lontano da telecamere e curiosi, e senza che alcun rito religioso accompagni pubblicamente l’ultimo viaggio del boss. Una sorte, questa, che accomuna Santapaola ad altri grandi nomi di Cosa Nostra, per i quali lo Stato e la Chiesa hanno scelto il silenzio al posto degli onori, anche solo quelli formali di una benedizione.
“Religiosità rovesciata”: la riflessione della Chiesa sul rapporto tra fede e mafia
Oltre alla mera cronaca, le parole di monsignor Renna aprono uno squarcio su una riflessione più ampia e complessa, che tocca il delicatissimo rapporto tra religiosità popolare e cultura mafiosa. L’arcivescovo ha parlato chiaramente di una “religione rovesciata”, di un uso distorto e strumentale della fede da parte di chi, pur calpestando ogni precetto evangelico con una vita di violenza e sopraffazione, non esita a rivendicare segni esteriori di devozione o a cercare nella Chiesa una legittimazione postuma. La richiesta di funerali solenni, in quest’ottica, diventa l’ultimo atto di una rappresentazione che vede il boss presentarsi come vittima o, peggio, come “uomo d’onore” rispettabile anche agli occhi di Dio. Una pretesa inaccettabile, contro la quale la diocesi di Catania ha scelto di erigere un muro chiaro, ribadendo che non ci può essere compromesso tra il male seminato dalla mafia e la misericordia cristiana, che pure non viene negata ma che deve esprimersi in forme private e lontane dai riflettori.
Monsignor Renna ha infatti tenuto a precisare che la preghiera per l’anima del defunto non mancherà, ma sarà un atto privato, riservato e lontano da qualsiasi clamore pubblico. Una precisazione non secondaria, che distingue il piano personale della fede da quello pubblico della testimonianza ecclesiastica. La scelta di negare le esequie pubbliche, in questo senso, non rappresenta un giudizio definitivo sulla salvezza eterna di un’anima, giudizio che appartiene solo a Dio, ma è un atto doveroso di chiarezza e di tutela della comunità dei fedeli. Evitare che un luogo sacro diventi teatro di un’apologia del crimine, o che il rito funebre venga percepito come una assoluzione collettiva di una vita spesa contro la legge e contro l’uomo, è stato il principio cardine che ha guidato la decisione dell’arcivescovo, in accordo con una linea pastorale che da anni, in molte diocesi italiane, cerca di spezzare quel nodo antico e sanguinoso che ha legato在某些 periodi la mafia e alcuni segmenti della Chiesa.
I messaggi social e il silenzio dello Stato: il fronte opposto del cordoglio
Se le istituzioni, civili e religiose, hanno fatto quadrato attorno al principio della negazione di qualsiasi onore pubblico, un fronte opposto e preoccupante si è aperto nel mondo virtuale, a riprova di come il consenso sociale per figure come Santapaola non sia affatto scomparso. Nei giorni successivi alla morte del boss, su diverse piattaforme social sono comparsi messaggi di cordoglio e di vicinanza alla famiglia, scritti con un linguaggio che lascia poco spazio all’interpretazione. Frasi come “Riposa in pace zio Nitto”, “condoglianze alla famiglia” o “rimarrai sempre nei nostri cuori” testimoniano l’esistenza di un humus culturale, per quanto sommerso, in cui il boss viene ricordato non come un pluristragista, ma come una figura quasi paterna, rispettata e degna di lutto. Un fenomeno, quello dei messaggi social, che se da un lato conferma la necessità delle misure restrittive adottate, dall’altro lancia un segnale inquietante sulla persistenza di una subcultura che continua a riconoscersi nei valori distorti dell’onore e dell’omertà.
Nel frattempo, mentre il caso mediatico si spegne e le ceneri del boss si preparano a raggiungere in silenzio il cimitero di Catania, la macchina della giustizia continua a lavorare sui lasciti tangibili di quel potere. La procura distrettuale antimafia etnea, ad esempio, ha recentemente messo i sigilli a beni per un valore di quasi undici milioni di euro riconducibili a figure vicine al clan Santapaola-Ercolano, in un’operazione che ha raggiunto anche la Toscana, a testimonianza della ramificazione degli interessi economici della cosca. Un’attività di contrasto patrimoniale che prosegue inesorabile, parallela al silenzio calato sulla figura fisica del suo storico leader, quasi a voler sottolineare che se per l’uomo si è chiuso un capitolo, per lo Stato la lotta alle sue ramificazioni e ai suoi successori è ben lungi dall’essere archiviata.




