Iva, gap da 25 miliardi: così il Fisco ha scovato 200mila evasori totali

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Economia Redazione Economia   -   L’analisi condotta dalla Commissione europea, e i cui esiti sono confluiti nel rapporto “Vat gap in Europe” pubblicato nel corso del 2025, restituisce una fotografia piuttosto precisa del posizionamento dell’Italia in materia di evasione dell’imposta sul valore aggiunto. Il tax gap, ovvero quella forbice che separa l’ammontare dell’Iva che teoricamente dovrebbe affluire nelle casse erariali da quella effettivamente riscossa, si attesta infatti intorno ai 25 miliardi di euro. Una cifra che, tradotta in termini percentuali, significa che il 15% dell’Iva complessivamente dovuta viene sistematicamente evaso, collocando così il nostro Paese al quinto posto in Europa per incidenza del fenomeno. Solo Romania, Malta, Polonia e Lituania, stando ai dati diffusi, registrano percentuali peggiori delle nostre, mentre la Francia, per fare un nome, si mantiene stabilmente al di sotto della media europea con un gap fermo al 5,6%. Se si guarda al valore assoluto del mancato gettito, ebbene, soltanto la Germania ci precede, con i suoi 31,3 miliardi, i quali però, rapportati al potenziale teorico, rappresentano un gap relativo del 9,7%, decisamente più contenuto del nostro.

L’attività di scavo dell’Agenzia sulle posizioni a rischio

A fronte di questo scenario, l’Agenzia delle Entrate ha messo a segno nel 2025 un’operazione di controllo su larga scala che ha portato alla luce un sommerso di proporzioni notevoli. Setacciando circa 17 milioni di posizioni fiscali, i funzionari sono riusciti a individuare qualcosa come 200mila evasori totali, una platea composta sia da imprese che da contribuenti persone fisiche. All’interno di questo aggregato, una quota maggioritaria, pari a circa 116mila soggetti, è rappresentata da coloro che, pur avendo percepito redditi, hanno omesso completamente la presentazione della dichiarazione. Accanto a questi, però, emerge una realtà ancora più estrema e radicata: gli 86mila individui risultati del tutto sconosciuti al Fisco. Si tratta, in questi ultimi casi, della manifestazione più pura del lavoro in nero, di attività economiche che operano al di fuori di ogni censimento anagrafico e che, fino a ieri, erano rimaste impalpabili per l’amministrazione finanziaria.

L’evoluzione tecnologica dei meccanismi di contrasto

Il risultato ottenuto, vale a dire lo scovare centinaia di migliaia di posizioni irregolari, non è frutto del caso ma di una strategia ispettiva che si avvale in misura crescente degli strumenti digitali. L’incrocio dei dati, reso possibile dalla fatturazione elettronica e dalla trasmissione telematica dei corrispettivi, ha creato una rete fittissima di informazioni nelle quali gli algoritmi – e qui l’impiego dell’intelligenza artificiale gioca un ruolo chiave – sono in grado di pescare con precisione. Non si procede più per verifiche casuali, bensì per analisi mirate del rischio: il sistema segnala automaticamente le anomalie, come una detrazione Iva sproporzionata rispetto alle fatture emesse o un volume d’affari dichiarato che appare incongruo rispetto ai ricavi effettivamente riscontrati. E non ci si ferma alle fatture in uscita, ché anzi, gli ultimi aggiornamenti normativi hanno esteso i controlli anche a quelle in entrata, con la logica – piuttosto lineare, in verità – che se un’impresa acquista materie prime in quantità, poi i ricavi dichiarati devono necessariamente riflettere quella mole di acquisti.

Le dimensioni del fenomeno e il confronto con l’Europa

Del resto, la stessa evoluzione del gap Iva, se osservata in una prospettiva storica, dimostra come la strada intrapresa stia producendo i suoi effetti. I 25 miliardi di oggi, per quanto rappresentino una cifra enorme e pongano l’Italia in una posizione di classifica poco lusinghiera, segnano pur sempre una contrazione rispetto al passato, anche recente. L’allineamento con i partner europei, però, rimane un obiettivo non ancora centrato: se è vero che in valore assoluto solo i tedeschi lasciano sul terreno più soldi di noi, è altrettanto vero che la percentuale del 15% è ben superiore alla media del continente. E mentre nazioni come la Romania viaggiano ancora più spedite di noi su questa china, altre, come la Francia, hanno evidentemente messo a punto sistemi di prevenzione e recupero più efficaci. Un elemento, quest’ultimo, che fa riflettere sulla necessità di non abbassare la guardia e di continuare a perfezionare gli strumenti di controllo, anche perché, al netto del recupero di 200mila posizioni, il bacino degli evasori, soprattutto quelli totali e mai emersi, potrebbe ancora riservare sorprese.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.