Olio italiano, la campagna 2026-2027 tra cali produttivi e giacenze record

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Redazione Economia Redazione Economia   -   La campagna olearia 2026-2027 si apre con un quadro produttivo in netta controtendenza rispetto alle attese della vigilia. Secondo le stime elaborate da ItaliaOggi e TeatroNaturale, la produzione italiana di olio di oliva dovrebbe attestarsi intorno alle 260.000 tonnellate, con un calo del 25% rispetto alla campagna precedente. A pesare sono soprattutto le performance negative del Sud Italia, dove l’alternanza produttiva degli olivi e la siccità negli impianti non irrigui stanno condizionando pesantemente le rese.

La Puglia, principale regione olivicola del Paese, registra una flessione del 30%, la Sicilia un calo analogo, mentre la Calabria arriva a perdere il 40%.

Un’annata di scarica che non risparmia il Centro-Nord

Il ridimensionamento produttivo non è uniforme sul territorio nazionale. Le regioni del Centro Italia mostrano una ripresa senza però riuscire a compensare le perdite meridionali. Campania, Lazio e Toscana si attestano su produzioni medie comprese tra le 11.000 e le 12.000 tonnellate ciascuna, mentre Umbria e Marche fanno segnare incrementi nell’ordine del 20-30% rispetto ai minimi dell’annata precedente. La Liguria rappresenta l’eccezione più evidente, con una produzione stimata in 3.500 tonnellate, quasi triplicata rispetto alla campagna precedente.

Sul fronte qualitativo, le prime indicazioni provenienti dai frantoi della Sicilia sud-orientale descrivono olive sane e rese discrete, intorno al 10-11%, favorite dall’assenza della mosca olearia grazie alle temperature elevate. Il caldo prolungato, tuttavia, ha ritardato di qualche giorno l’accensione degli impianti e continua a destare preoccupazione per gli oliveti che dipendono esclusivamente dalle precipitazioni.

Il nodo delle giacenze e le incognite sul mercato interno

A complicare lo scenario contribuisce il livello delle giacenze di olio extravergine di origine italiana. Secondo i dati dell’Icqrf, a fine luglio le scorte ammontavano a 110.000 tonnellate tra sfuso e confezionato. Considerando le vendite dei mesi estivi, la disponibilità complessiva di olio nazionale, tra nuova produzione e stock, dovrebbe aggirarsi intorno alle 340.000 tonnellate, un livello non dissimile da quello dell’anno passato.

Le quotazioni all’origine hanno nel frattempo imboccato una fase di ridimensionamento: dai picchi di 8 euro al chilogrammo registrati tra novembre e dicembre 2025, i prezzi si sono stabilizzati tra maggio e giugno 2026 in una fascia compresa tra 5,80 e 6 euro al chilogrammo, con una flessione superiore al 30% su base annua. Nonostante il calo dei listini, i consumi interni mostrano segnali di contrazione: il mercato italiano si è ridotto del 3,6% nel periodo compreso tra ottobre 2025 e marzo 2026.

L’export verso gli Stati Uniti frena sotto il peso dei dazi

Sul fronte delle esportazioni, il mercato statunitense rappresenta la principale fonte di preoccupazione per gli operatori della filiera. Le rilevazioni dell’US Census Bureau elaborate dall’Osservatorio sul mercato oleario di Certified Origins indicano che, nei primi quattro mesi del 2026, il valore dell’export italiano di olio d’oliva verso gli Stati Uniti è sceso da 370 a 223 milioni di dollari, con una contrazione del 40%, mentre i volumi hanno registrato un calo del 33%.

Le politiche commerciali restrittive e l’incertezza legata ai dazi stanno penalizzando in modo particolare i piccoli frantoi artigianali, che dispongono di minori strumenti per assorbire gli effetti delle tensioni internazionali.

Francesca Petrini, presidente nazionale di CNA AgroAlimentare, ha dichiarato che «per chi esporta è fondamentale individuare nuovi mercati, ma è altrettanto evidente che costruire nuove relazioni commerciali richiede anni di lavoro, investimenti e continuità», sottolineando la necessità di concentrare gli sforzi sui mercati europei, dove esiste già una domanda consolidata e remunerativa.

Il quadro internazionale e il peso delle importazioni

A livello mediterraneo, la produzione complessiva si mantiene simile a quella dello scorso anno, sebbene con andamenti divergenti tra i vari Paesi. La Spagna recupera terreno con 1,5 milioni di tonnellate attese dopo le 1,3 milioni della campagna precedente, la Grecia beneficia delle performance di Creta con 280.000 tonnellate previste, mentre la Tunisia segna un calo di circa 200.000 tonnellate attestandosi sulle 250.000. La Turchia, invece, fa registrare un forte rimbalzo produttivo con 400.000 tonnellate stimate.

L’Italia continua a dipendere in misura significativa dalle importazioni per soddisfare il proprio fabbisogno interno. Nel periodo compreso tra gennaio e aprile 2026, il Paese ha importato complessivamente 193.382 tonnellate di olio extravergine, con un calo del 7,2% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. La Spagna resta il primo fornitore con 111.791 tonnellate, in flessione del 5,5%, mentre la Tunisia aumenta la propria quota del 5,5% raggiungendo 37.349 tonnellate.

Il dato più significativo riguarda il Marocco, i cui acquisti da parte italiana sono passati da appena 15 tonnellate nei primi quattro mesi del 2025 alle 2.003 tonnellate dello stesso periodo del 2026, con un incremento eccezionale superiore al 13.000%.

Gli strumenti di sostegno e le richieste della filiera

Per fronteggiare la fase di difficoltà del comparto, il Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste ha varato la misura denominata Cambiale Frantoi Oleari, gestita da Ismea con una dotazione di 40 milioni di euro. Il ministro Francesco Lollobrigida ha definito lo strumento «una risposta concreta e immediata alle esigenze del comparto», finalizzata a immettere liquidità diretta a tasso zero per sostenere le attività produttive, proteggere il reddito degli agricoltori e valorizzare l’olio italiano. L’iniziativa prevede prestiti da 3.500 a 50.000 euro, con durata quinquennale e due anni di preammortamento, destinati ai frantoi attivi con giacenze di olio extravergine registrate nel portale Sian. Parallelamente, le associazioni di categoria sollecitano interventi più incisivi sul fronte dei controlli e della trasparenza del mercato, per contrastare le frodi sull’origine e tutelare il valore della produzione nazionale in una fase in cui le giacenze elevate e la concorrenza dei prodotti esteri continuano a comprimere i margini degli operatori.

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