Il vino italiano tra giacenze record e declassamenti: Cotarella: "I giovani? Hanno perso la cultura del bere a tavola"

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Nelle cantine italiane giacciono oltre 53 milioni di ettolitri di vino, una cifra che equivale praticamente all'intera produzione di una vendemmia. Un'enormità che sta spingendo molte aziende a operare veri e propri declassamenti, trasformando bottiglie che avrebbero potuto ambire a una Docg in semplici Igt o addirittura in vino da tavola, pur di riuscire a smaltire gli stock e far quadrare i conti in un contesto di mercato sempre più ostico.

A lanciare l'allarme, in un momento già reso delicato dalle tensioni internazionali e da un salutismo dilagante, è stato Lamberto Frescobaldi, presidente di Unione Italiana Vini, che ha parlato della necessità improrogabile di riequilibrare produzione e domanda per evitare che il comparto, uno dei fiori all'occhiello del Made in Italy, subisca danni strutturali difficili da riparare.

Abbiamo incontrato Riccardo Cotarella, presidente di Assoenologi, figura di spicco nel panorama enologico nazionale, per cercare di fare chiarezza su una crisi che non accenna a diminuire di intensità e che coinvolge numerosi attori della filiera, dai viticoltori ai grandi imbottigliatori, passando per i piccoli produttori che spesso non hanno le spalle coperte per resistere a un periodo di magra così prolungato.

Secondo i dati più aggiornati, che fotografano un settore in affanno, i consumi mondiali sono crollati di circa il 16% tra il 2019 e il 2025, assestandosi su un volume di poco superiore ai 2,2 miliardi di casse da nove litri, un dato che fa riflettere sulla portata di un cambiamento epocale nelle abitudini di consumo.

Un mercato in profonda trasformazione

Le ragioni di questa flessione sono molteplici e intrecciano fattori economici, sociali e geopolitici. Da un lato, il contesto globale è segnato da conflitti "fisici" e da guerre commerciali che hanno messo in ginocchio gli scambi internazionali; dall'altro, assistiamo a un'impennata delle politiche salutiste che spingono i consumatori, soprattutto tra le nuove generazioni, a ridurre o eliminare del tutto il consumo di alcol.

Un fenomeno, quest'ultimo, che preoccupa particolarmente Cotarella, il quale sottolinea come i giovani non posseggano più quella che lui definisce la "cultura del bere a tavola", intesa come consapevolezza del prodotto, rispetto per il momento del pasto e capacità di apprezzare il vino nella giusta misura, senza eccessi. La mancanza di questa educazione al gusto, che in passato veniva tramandata in famiglia e a scuola, sta producendo un distacco sempre più marcato delle nuove leve dal prodotto enologico.

La strategia dei declassamenti

Per far fronte all'emergenza delle giacenze, che rappresentano un costo insostenibile per le aziende, la pratica del declassamento sta diventando sempre più diffusa e, in qualche modo, necessaria. Abbassare il livello di un vino, facendolo retrocedere da Docg a Doc o addirittura a Igt, consente di abbattere i tempi di affinamento e di accorciare la catena di vendita, rendendo il prodotto più appetibile per quei mercati esteri che oggi mostrano una minore capacità di spesa o una propensione verso etichette meno prestigiose.

Si tratta, di fatto, di una svendita di qualità che però, come spiegano gli analisti, rischia di minare l'immagine del vino italiano nel lungo periodo, cancellando anni di lavoro spesi per alzare il posizionamento del brand Italia sui mercati internazionali.

Il nodo degli Stati Uniti e le prospettive future

Uno dei capitoli più critici della crisi attuale riguarda il rapporto con gli Stati Uniti, storicamente il principale cliente del vino tricolore. Le tensioni commerciali e le incertezze legate ai dazi hanno creato uno scollamento pericoloso, costringendo gli esportatori a cercare nuovi sbocchi in Asia o in Sudamerica per tamponare le falle.

Il ministro dell'Agricoltura Francesco Lollobrigida ha recentemente dichiarato che questa fase di criticità, per quanto severa, non è la peggiore mai affrontata dal settore, e che con scelte coraggiose e un cambio di passo nella Politica Agricola Comune, orientandola più verso lo sviluppo che verso il semplice sostegno al reddito, il comparto potrà uscirne rafforzato, magari "perdendo qualche pezzo" ma preservando la propria capacità produttiva di eccellenza.

Cotarella, dal canto suo, insiste sulla necessità di unire le forze, creando sinergie più solide tra imprese, istituzioni e rappresentanze di filiera, per ridisegnare le strategie di promozione e per recuperare quel dialogo con le generazioni future che oggi appare irrimediabilmente interrotto.

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