L’ultimatum di Trump e la risposta di Teheran affondano le Borse, il petrolio vola
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Redazione Economia
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La tensione in Medio Oriente ha aperto una nuova voragine sotto i piedi degli investitori, con le principali piazze finanziarie europee che avviano la settimana in netto arretramento. Milano, in particolare, amplia le perdite nella mattinata di lunedì 23 marzo, risentendo di un clima di incertezza che, alimentato dalle ultime minacce tra Washington e Teheran, sembra aver spazzato via ogni timido tentativo di recupero. Il differenziale, infatti, si fa sentire eccome: l’indice Ftse Mib cede l’1,75% nei primi scambi, attestandosi a 42.091,73 punti, mentre il Future Euro Stoxx 50 – termometro per eccellenza delle grandi aziende dell’area euro – segna un -1,87%, suggerendo aspettative decisamente caute per il resto della sessione.
Lo scenario che tiene in scacco i mercati è quello, ormai noto, del braccio di ferro sullo Stretto di Hormuz, un vero e proprio nodo strategico per il flusso energetico globale. A gettare benzina sul fuoco ci ha pensato Donald Trump, il presidente americano, con un ultimatum dall’esito incerto: 48 ore di tempo per riaprire il passaggio, con la minaccia di colpire le centrali elettriche iraniane in caso di mancato adempimento. L’effetto è stato immediato, con il prezzo del petrolio che ha reagito in rialzo, alimentando quei timori inflazionistici che da sempre rappresentano un nemico giurato per i listini azionari.
La risposta di Teheran, tutt’altro che accomodante, ha trasformato la tensione diplomatica in una concreta prospettiva di allargamento del conflitto. Il parlamento iraniano ha fatto sapere che, se gli Stati Uniti dovessero procedere con gli attacchi alle infrastrutture energetiche, lo Stretto sarà chiuso completamente, senza possibilità di ripensamenti fino alla ricostruzione degli impianti danneggiati. Non solo: le autorità di Teheran hanno ampliato il pericolo, avvertendo che le infrastrutture critiche, energetiche e idriche nella regione diventeranno obiettivi legittimi, un avvertimento che riguarda da vicino anche i paesi del Golfo dove hanno sede interessi americani e israeliani.
I numeri della paura: Piazza Affari e il crollo asiatico
Il campanello d’allarme era già suonato in Asia, dove il Nikkei giapponese ha lasciato sul terreno una pesante percentuale, il 3,48%. Un segnale che le Borse europee hanno recepito senza filtro, aprendo tutte in territorio negativo. A Milano, oltre al tonfo generalizzato del Ftse Mib, si registrano movimenti specifici legati a vicende societarie che, in un contesto di mercato così fragile, amplificano le volatilità. Tim, ad esempio, segna un deciso +5,52% dopo l’OPAS lanciata da Poste Italiane – che invece cede il 4,1% – un’eccezione che conferma la regola di una giornata dominata dalle vendite. Saipem (-3,1%) e Prysmian (-3,47%) soffrono particolarmente, penalizzate dalla loro esposizione al settore energetico e delle infrastrutture, direttamente sensibile alle sorti del conflitto.
Il nervosismo è palpabile anche se si guarda al comparto bancario e industriale, con investitori che sembrano aver messo da parte ogni ottimismo in attesa di capire come evolverà la crisi libanese. I timori di una possibile invasione di terra da parte di Israele aggiungono, infatti, un ulteriore elemento di destabilizzazione a un quadro già reso incandescente dalle dichiarazioni dei leader. L’indice Euro Stoxx 50, che rappresenta le 50 società ad alta capitalizzazione di 11 paesi dell’area euro – tra cui, per citare le italiane, Enel e Intesa Sanpaolo – incarna perfettamente questo sentiment negativo, fungendo da barometro di una salute economica messa a dura prova dall’instabilità geopolitica.
Lo Stretto di Hormuz e il rischio escalation
Il cuore della questione rimane quindi il passaggio d’acqua tra Iran e Oman, un collo di bottiglia attraverso cui transita una fetta significativa del petrolio mondiale. Le parole di Trump, che hanno fatto il giro del mondo con l’avvertimento di “colpire le centrali elettriche” se lo Stretto non fosse stato riaperto, hanno ricevuto una replica dura da Teheran: “Con queste minacce – hanno ribadito i rappresentanti iraniani – lo Stretto sarà chiuso completamente”. È una partita a scacchi dove ogni mossa viene pesata sui mercati, con l’oro che oggi scende dopo le recenti impennate, segno che la liquidità forse cerca altre direzioni, ma con il petrolio che continua a rappresentare l’asset più direttamente esposto all’eventualità di un conflitto allargato.
Sullo sfondo, e non meno rilevante, si staglia la situazione in Libano. Gli attacchi e le controfferte tra Hezbollah e Israele tengono alta la tensione, con i primi che hanno rivendicato azioni militari e il governo israeliano che non esclude un’intensificazione delle operazioni. Questo clima di guerra incombente, unito alle minacce di ritorsione sulle infrastrutture energetiche dell’intera regione – come ventilato dall’Iran in risposta all’ultimatum – impedisce qualsiasi respiro di sollievo per gli operatori finanziari. La giornata del 23 marzo, quindi, si configura come un momento di stallo doloroso, in cui l’incertezza politica si traduce in una chiara perdita di valore per le borse del Vecchio Continente, con Milano che amplia le perdite in attesa dei prossimi sviluppi, se non di una vera e propria resa dei conti.




