Netflix, l’addio di Reed Hastings affonda il titolo nonostante i conti record

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Piove sul bagnato in casa Netflix. Se il fallimento dell’accordo da 83 miliardi di dollari per l’acquisizione di Warner Bros Discovery era stato un colpo duro da incassare, l’addio del presidente Reed Hastings – l’uomo che ha trasformato un piccolo servizio di noleggio Dvd in un impero globale dello streaming – rappresenta un’ulteriore batosta per il colosso. L’annuncio, arrivato a sorpresa giovedì 16 aprile, ha infatti innescato un crollo verticale delle azioni: un -9,37% che in alcuni momenti della seduta ha sfiorato la doppia cifra, attestandosi infine attorno al -10% nei mercati pre-market. Una reazione tanto violenta quanto indicativa dello stato d’animo degli investitori, i quali sembrano aver guardato oltre i numeri, concentrandosi invece sull’incognita di un futuro senza la sua guida storica.

I conti non bastano a calmare i mercati

Il ribasso, peraltro, si è verificato nonostante i risultati del primo trimestre avessero superato le aspettative di Wall Street. I ricavi sono saliti a 12,25 miliardi di dollari, in crescita del 16% su base annua, mentre l’utile per azione ha raggiunto quota 1,23 dollari, una cifra che ha lasciato ben lontane le stime degli analisti ferme a 76 centesimi. A sostenere questi conti record, va detto, ha contribuito in maniera decisiva una voce straordinaria: la penale da 2,8 miliardi incassata proprio per la rottura delle trattative con Warner Bros. Al netto di questo ristoro – una sorta di “paracadute” multimiliardario per un matrimonio mai consumato – la performance operativa è risultata meno brillante, e le previsioni per il secondo trimestre, che indicano un rallentamento della crescita dei ricavi, hanno finito per alimentare i timori di una fase di stallo.

Un’uscita programmata che diventa un terremoto

Hastings, che già nel 2023 aveva lasciato le redini operative ai co-amministratori delegati Greg Peters e Ted Sarandos, non si ricandiderà per un nuovo mandato nel consiglio di amministrazione durante l’assemblea degli azionisti prevista per giugno. La sua decisione, ufficialmente giustificata con la volontà di dedicarsi esclusivamente alla filantropia e ad altri progetti personali, chiude un cerchio durato 29 anni. E se da un lato si tratta di un passaggio annunciato – considerando il graduale allontanamento dalla gestione diretta – dall’altro la tempistica non avrebbe potuto essere peggiore. Lo spettro del deal fallito con Warner Bros aleggia ancora sulla società, che ha preferito pagare una salata penale piuttosto che lasciare il campo libero alla rivale Paramount Skydance, ridefinendo di fatto l’intero panorama mediatico statunitense.

Svolta ai vertici e nuove sfide sul campo

Ora, in questa fase di transizione, Netflix si trova a dover navigare a vista in un mercato sempre più affollato. La concorrenza non è più solo quella dei rivali storici come Amazon o Disney, ma anche quella delle piattaforme di video brevi che sottraggono minuti preziosi di attenzione agli utenti. Per contrastare questa tendenza, l’azienda sta puntando con decisione sul nuovo piano con pubblicità – che rappresenta ormai oltre il 60% dei nuovi abbonati nei mercati maturi – e sulle dirette live, oltre che sul settore dei videogiochi. Tuttavia, la pressione degli investitori resta altissima. La perdita del patrimonio di contenuti di Warner Bros (pensiamo a franchise come “Game of Thrones” o “Friends”) costringe ora il gigante dello streaming a fare affidamento quasi esclusivamente sulla propria capacità produttiva interna e sulla monetizzazione della fascia pubblicitaria, un’ancora di salvezza che dovrà dimostrare di reggere l’urto di una nuova era senza il suo fondatore al timone.

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