Meta rifiuta il codice Ue sull’intelligenza artificiale: "Norme troppo vaghe"

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Non si placa la controversia sull’AI Act, il regolamento europeo sull’intelligenza artificiale che, pur essendo in vigore da quasi un anno, non ha ancora dispiegato tutti i suoi effetti. L’ultimo colpo di scena arriva da Meta, che ha deciso di non aderire al Codice di buone pratiche per i modelli di IA a scopo generale (Gpai), presentato la scorsa settimana a Bruxelles. A motivare la scelta, secondo Joel Kaplan, Chief Global Affairs Officer del gruppo di Mark Zuckerberg, sono le "troppe incertezze giuridiche" e misure che "eccedono l’ambito della legge".

"L’Europa sta imboccando la strada sbagliata", ha avvertito Kaplan in un post su LinkedIn, sottolineando come il testo rischi di frenare l’innovazione invece di regolamentarla in modo efficace. Le critiche non arrivano solo dall’altro lato dell’Atlantico: già nelle scorse settimane, 44 grandi aziende europee – tra cui Bosch, Siemens e Airbus – avevano chiesto alla Commissione di sospendere l’attuazione dell’AI Act con una lettera dal titolo emblematico, Stop the clock.

Il cuore del contendere è l’applicazione delle norme ai sistemi di intelligenza artificiale generativa, capaci di svolgere compiti diversificati, dalla redazione di testi alla creazione di contenuti multimediali. Se l’AI Act rappresenta il primo tentativo al mondo di disciplinare organicamente il settore, il timore delle corporation è che un eccesso di zelo regolatorio finisca per soffocare la competitività.

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