Trump e Zelensky, il via libera ai Patriot cambia le carte in tavola

Trump e Zelensky, il via libera ai Patriot cambia le carte in tavola
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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Non è certo un segreto che il rapporto tra Donald Trump e Volodymyr Zelensky, almeno negli ultimi tempi, abbia attraversato più di una burrasca, con momenti di tensione ben documentati anche a porte chiuse, come quella discussione nello Studio Ovale che fece scalpore. Eppure, a giudicare dagli ultimi sviluppi, qualcosa sembra essersi incrinato, o meglio, trasformato, aprendo uno scenario che fino a poco tempo fa appariva quantomeno improbabile.

Il vertice NATO di Ankara, con la sua dichiarazione finale che ribadisce l’incrollabile sostegno dei 32 alleati a Kiev e definisce la Russia una minaccia a lungo termine, ha fatto da sfondo a un annuncio che potrebbe avere un peso specifico decisivo. Il presidente americano, infatti, ha concesso all'Ucraina la tanto attesa licenza per produrre in proprio i missili intercettori Patriot, un sistema di difesa aerea tra i più sofisticati e temuti al mondo, cambiando di fatto le coordinate di una partita che, sul campo e nei salotti della diplomazia, sembrava essere entrata in una fase di stallo.

Una mossa che non è piaciuta a Mosca

L’annuncio, arrivato direttamente da Trump durante un bilaterale con Zelensky, è stato accolto con un misto di sorpresa e scetticismo, ma i fatti sono questi: gli Stati Uniti hanno dato il via libera alla produzione su suolo ucraino degli intercettori, quei missili che finora rappresentavano uno dei beni più preziosi e contesi del conflitto. Per Mosca, dove l'eco della notizia deve aver risuonato come un autentico smacco, la portata della mossa è chiara.

Non solo si fornisce a Kiev un’arma potentissima, ma gli si danno gli strumenti per costruirsela da sola, aggirando i colli di bottiglia produttivi occidentali e i lunghi tempi di attesa per le forniture. Le reazioni dei commentatori russi, in particolare degli esponenti più nazionalisti, hanno tradito un certo nervosismo, descrivendo il gesto come un’abile mossa di Trump che avrebbe preso Putin per il naso, in una sorta di capovolgimento delle precedenti dinamiche di pressione.

Il presidente ucraino, dal canto suo, ha incassato il colpo con la consueta determinazione, confermando l'arrivo di un pacchetto di missili Patriot già nei prossimi giorni e sottolineando gli accordi separati raggiunti con gli europei per potenziare le difese.

Tempi tecnici e sfide produttive per l’Ucraina

Ma, come spesso accade, il diavolo si nasconde nei dettagli e il percorso che porta dalla concessione della licenza alla messa in opera di una linea produttiva è irto di ostacoli, a partire dal più immediato: il tempo. Se da un lato Trump si è mostrato ottimista, dichiarando che l’Ucraina potrebbe produrli molto rapidamente una volta ricevute le istruzioni, dall’altro gli esperti del settore, citati dai media ucraini come RBC, gettano acqua sul fuoco e stimano che per avviare un ciclo produttivo completo possano essere necessari dai 12 ai 36 mesi.

Il consigliere del ministero della Difesa ucraino, Serhii Beskrestnov, invita a non dare retta ai pessimisti, ma la realtà tecnica è che il Patriot è un sistema complesso, con una filiera di componenti ad altissimo contenuto tecnologico che non si improvvisa, e per di più in un paese che resta sotto il fuoco nemico.

La stessa possibilità di allestire uno stabilimento di produzione in territorio ucraino, per di più sotto la minaccia di attacchi russi, è stata vista con scetticismo da alcuni analisti militari, i quali hanno ipotizzato che la produzione, in fase iniziale, potrebbe essere delocalizzata in un paese europeo più sicuro.

Il nuovo equilibrio del conflitto

Al di là delle difficoltà tecniche, ciò che conta è il cambiamento di paradigma politico-militare che questa decisione introduce, e che sembra aver trovato il suo epicentro nel faccia a faccia di Ankara, dove i due leader si sono mostrati insolitamente affiatati.

Trump, che in passato non aveva mancato di manifestare la sua frustrazione per l’impegno americano nella guerra, sembra aver virato su una linea che potremmo definire di "pace attraverso la forza", concedendo a Kiev un’arma di dissuasione formidabile proprio nel momento in cui le forniture di intercettori provenienti dagli stock statunitensi sono ai minimi termini, anche a causa del recente conflitto con l’Iran.

L’offerta, quindi, non è solo un gesto di fiducia, ma una risposta pragmatica a un’emergenza: dare all’Ucraina la possibilità di bastare a se stessa nella difesa dai missili balistici, che rappresentano l’ultimo grande vantaggio sul campo di battaglia ancora in mano ai russi.

L’intera partita, ora, si sposta sul cronometro e sulla capacità di Kiev di trasformare questa opportunità in una realtà produttiva concreta, mentre il Cremlino, messo alle strette da una pressione militare che non accenna a diminuire, si trova a dover fare i conti con un avversario che, da "petizione", è diventato sempre più autonomo e tecnologico.

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