Il palleggio sul decreto sicurezza e l’ombra lunga del quinto pacchetto
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Redazione Interno
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Il bizantinismo giuridico nazionale non aveva ancora raggiunto tali vette, ma tant’è. La norma che minacciava di far saltare l’intero impianto del decreto Sicurezza – quella, per intenderci, che legava un compenso economico all’avvocato del migrante esclusivamente in caso di rimpatrio effettivo – è stata riscritta sotto la pressione determinante del Colle. Il presidente Sergio Mattarella, attraverso un serrato confronto con il sottosegretario Alfredo Mantovano, ha di fatto imposto una correzione di rotta. La soluzione, emersa al termine di un estenuante work in progress parlamentare, è stata quella di sterilizzare l’articolo originario mediante un decreto legislativo ad hoc, che interviene direttamente sul Testo unico immigrazione. Il risultato è che, a differenza di quanto inizialmente ipotizzato, il compenso per i legali sarà corrisposto a prescindere dall’esito della partenza, al momento della conclusione del procedimento amministrativo. Una modifica, questa, che ha permesso al Capo dello Stato di apporre la propria firma sul testo, evitando così il rischio di un rinvio formale che avrebbe fatto slittare la conversione del provvedimento, in scadenza proprio durante le giornate della Liberazione.
L’intervento del governo e l’allargamento dei soggetti beneficiari
L’esecutivo, nelle parole della premier Giorgia Meloni, ha rivendicato il provvedimento come un «passo concreto per la tutela dei cittadini», difendendo il principio dell’incentivo al rimpatrio assistito. Tuttavia, per sanare la frizione istituzionale causata dall’articolo 30-bis, il Consiglio dei ministri ha varato in tempo record il cosiddetto “Dl Rimpatri”. Quest’ultimo, pur mantenendo l’impianto retributivo – una quota di circa 615 euro a pratica – ha ampliato la platea dei potenziali percettori. Non solo gli avvocati, dunque, ma anche mediatori culturali e altri operatori potranno ora accedere al compenso, a patto che forniscano assistenza nella fase di presentazione della domanda di rimpatrio volontario. Va notato, a questo proposito, come il Consiglio nazionale forense (Cnf), inizialmente indicato come soggetto gestore delle risorse, sia stato estromesso dal meccanismo: l’organismo di rappresentanza dell’avvocatura aveva infatti preso le distanze dalla misura, lamentando di essere stato messo di fronte a un fatto compiuto e sottolineando l’incompatibilità della funzione di "tesoreria" con le proprie prerogative istituzionali.
Criticità sistemiche: l’analisi della magistratura
Se l’incidente di percorso sull’emendamento ai rimpatri ha catalizzato l’attenzione delle cronache, la natura strutturale del decreto solleva perplessità ben più profonde negli ambienti giudiziari. La giudice di sorveglianza a Roma, Chiara Gallo, ha osservato come l’approvazione di questo provvedimento rappresenti di fatto il quinto pacchetto sicurezza varato nell’arco di circa tre anni dall’insediamento del governo Meloni. Un’accelerazione legislativa – ha spiegato Gallo – che non lascia dubbi sulla direzione intrapresa: da un lato assistiamo a una intensificazione della risposta punitiva, con l’introduzione di nuove fattispecie di reato e l’innalzamento delle pene previste; dall’altro, si introduce una serie di controlli sempre più capillari, spesso destinati a colpire soggetti già fragili dal punto di vista sociale ed economico. La preoccupazione della magistrata, in particolare, riguarda l’introduzione di meccanismi tendenzialmente automatici nell’esecuzione della pena detentiva, un elemento che, a suo avviso, rischia di amplificare le disuguaglianze già esistenti all’interno del sistema penale.
Il contesto normativo e le conseguenze sulla difesa
La questione, del resto, non riguarda soltanto la cronaca della trattativa tra governo e Quirinale, ma investe il cuore dello stato di diritto. L’iter tortuoso di questo decreto – costellato da rilievi di costituzionalità che hanno riguardato anche il diritto alla difesa sancito dall’articolo 24 della Carta – dimostra una certa discontinuità tra i proclami di garanzia e la prassi normativa. L’opposizione, durante la seduta finale a Montecitorio, ha tentato di segnare il passo esibendo cartelli inneggianti alla «sicurezza nella Costituzione», mentre il governo, forte della fiducia, incassava il via libera definitivo. Quel che resta, al di là della mediazione formale sui rimborsi spese degli avvocati, è un sistema in cui la repressione dei reati procede di pari passo con una costante erosione degli spazi di mediazione sociale. Un vortice di nuove norme che, stando alle voci provenienti dalle aule giudiziarie, rischia di tradursi in un aumento esponenziale dei contenziosi e, paradossalmente, in una maggiore difficoltà per i magistrati di sorveglianza nel distinguere, caso per caso, la pericolosità reale dalla semplice marginalità.




