Morti in ambulanza, la figlia della 98enne: «Spero che Spada sia innocente»
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
C’è un dolore, in queste pagine di cronaca giudiziaria, che non chiede giustizia, ma chiede quasi il contrario: la certezza che non ci sia stato un mostro, ma semplicemente il segno del tempo che passa. Edoarda Gasperini, 98 anni, «una piccola signora dolcissima» come la ricorda sua figlia Alessia, è la più anziana tra le presunte vittime di Luca Spada, il 27enne ex soccorritore della Croce Rossa finito in carcere con l’accusa di omicidio volontario plurimo aggravato dalla premeditazione. A differenza di altri familiari, la ginecologa forlivese non chiede la testa dell’indagato; anzi, confessa pubblicamente al Resto del Carlino di sperare nella sua innocenza, perché l’alternativa – sapere che sua madre è stata uccisa da una siringata d’aria durante un normale trasporto in ambulanza – è semplicemente un pensiero «molto difficile da sopportare».
«L’ho sentita all’una, stava bene»
Il racconto di Alessia Albonetti restituisce l’ordinarietà di quella giornata di fine inverno, quando la vita della 98enne si è interrotta senza alcun preavviso. La madre viveva nella comunità alloggio Casadei di Meldola, dove «si trovava benissimo, servita e riverita»; i rapporti erano costanti, le telefonate frequenti e le visite domenicali una consuetudine. L’unico problema, niente di drammatico, riguardava «una gamba che non migliorava nonostante gli antibiotici»: una situazione non urgente, spiega la figlia, ma sufficiente per richiedere un controllo più approfondito in ospedale. «Ero stata io a chiedere che venisse portata all’ospedale», precisa Albonetti, quasi a volersi scusare per quella decisione banale che ha messo sua madre sul percorso di Luca Spada. L’ultima telefonata arriva all’una del pomeriggio, poche ore prima del trasporto: una conversazione normale, una voce lucida, una donna in salute nonostante l’età.
Dalla scoperta del decesso alla lettura dei giornali
Quando le hanno comunicato che la madre era morta, la dottoressa Albonetti era già in ospedale ad aspettarla. «Sul momento ho pensato a un errore – ammette –. Ho chiesto: “Ma è sicuro? Edoarda Gasperini?”». La prima reazione, quella istintiva, è stata cercare una spiegazione clinica: forse la gamba nascondeva un male più serio di quanto credessero, forse l’età aveva semplicemente compiuto il suo corso. Poi, a gennaio, la telefonata dei carabinieri: un procedimento penale, nessun dettaglio, ma la parola «indagine» che comincia a ronzare in testa. «Ho pensato a problemi con la struttura, non mi era certo venuta in mente l’ambulanza», confessa. Solo un mese più tardi, leggendo i giornali e vedendo che tra le possibili vittime c’era una donna di 98 anni, «lì ho capito e mi è caduto il mondo addosso». Un mondo che, da quel momento, si porta addosso il peso di un dubbio atroce.
L’interrogatorio e la strategia difensiva del 27enne
Nel frattempo, Luca Spada ha rotto il silenzio davanti al Gip. In oltre quattro ore di interrogatorio, riportano i suoi legali, «ha risposto a tutte le domande, anche le più sgradevoli, sui messaggi, sulla dinamica, sui suoi comportamenti, sulle spiegazioni, sulle possibili causali di questa morte non provocata da lui». Il 27enne si è dichiarato innocente in modo ripetuto, un’innocenza che aveva già proclamato in un’intervista esclusiva rilasciata poco prima dell’arresto («Per molti oggi sono il killer degli anziani, ma quello che raccontano è un prototipo che non è Luca») e che ribadisce ora dal carcere. La misura cautelare, come noto, è stata eseguita per un solo episodio – la morte di Deana Mambelli, l’85enne il cui cuore «è esploso» per una massiccia dose di aria iniettata in vena – ma l’ombra del sospetto si allunga su almeno altre cinque morti sospette verificatesi durante i trasporti in ambulanza tra febbraio e novembre 2025.
Per Alessia Albonetti, però, la madre Edoarda non è un numero né un caso statistico. «Mi sento come se mia mamma morisse ogni giorno», confida, e su quella ferita aperta la speranza che Luca Spada sia innocente non è un atto di clemenza verso l’indagato, ma l’estrema difesa dalla verità. Perché ammettere che un soccorritore abbia trasformato l’ambulanza in una trappola mortale significherebbe riscrivere l’ultimo viaggio della 98enne non come un tragico incidente, ma come un omicidio. E questo, per una figlia, è un macigno che forse pesa più della perdita stessa.




