Trump punta i dazi sulla Groenlandia: «Chi si oppone alla nostra linea pagherà»

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Nel quadro di una tensione geopolitica inedita per l’Artico, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha rilanciato la propria offensiva verbale riguardo alla Groenlandia, collegando esplicitamente la questione alla propria arma commerciale preferita. Durante un incontro alla Casa Bianca sugli investimenti rurali, Trump ha dichiarato di poter «imporre dazi a chi non sostiene il piano Usa» per l’isola, una minaccia volutamente generica che non specifica i contorni dell’azione statunitense ma ne delinea con chiarezza il potenziale ricatto economico. Quella che era sembrata, mesi addietro, una bizzarria o una boutade da capitale, si è ormai trasformata in un vero e proprio dossier diplomatico, con implicazioni che travalicano l’Atlantico e toccano gli equilibri del continente europeo, il quale – è bene ricordarlo – non parla con una voce sola sull’argomento.

Il mosaico europeo e la posizione italiana

Le parole di Trump, per quanto vaghe nei dettagli operativi, giungono infatti a seguito di una serie di movimenti militari decisi da alcuni Paesi dell’Unione Europea, i quali hanno annunciato l’invio di piccoli contingenti nell’isola artica, possedimento autonomo della Danimarca. Una reazione difensiva, questa, che però non coinvolge l’Italia, la cui posizione è stata espressa senza ambiguità. Il ministro degli Esteri, rispondendo a chi paventava un nostro coinvolgimento nell’invio di truppe, ha infatti tagliato corto: «Non sottovalutare i rischi, Italia non invierà nessuno». Una presa di distanza netta, la sua, che isola Roma dal coro di alcuni partner e sembra riflettere una cautela strategica di fronte a una crisi del tutto sui generis, dove le mosse di Washington appaiono volutamente sfuggenti.

La reazione di Mosca e il quadro di diritto internazionale

Osservatore attento, e forse preoccupato, di questa partita è il Cremlino, il cui portavoce ha commentato la situazione definendola «inusuale» e «straordinaria dal punto di vista del diritto internazionale». Pur affermando che la Russia «parte dal presupposto che la Groenlandia sia territorio del Regno danese», ha colto l’occasione per sottolineare come il presidente americano abbia più volte affermato «che il diritto internazionale non rappresenta per lui alcuna priorità». Una presa di posizione che, al di là della formale difesa dello status quo territoriale, sembra voler mettere in luce la natura destabilizzante dell’approccio di Trump, il quale mina i pilastri dell’ordine globale anche quando agisce per mere questioni di «sicurezza nazionale», concetto che viene strumentalmente esteso fino a giustificare rivendicazioni territoriali.

La strategia di Copenaghen e l’ambiguità americana

In questo braccio di ferro, il governo danese cerca un complesso equilibrio, tentando di tenere ferma la propria sovranità sulla Groenlandia mentre prova ad attenuare le tensioni con Washington. Una missione quasi impossibile, dato che dalla Casa Bianca non arriva alcun chiarimento sui piani concreti, ma solo una insistenza monotona sulla necessità strategica dell’isola e sulla minaccia dei dazi verso chiunque si opponga. Trump, del resto, ha ribadito il concetto in più occasioni, affermando senza mezzi termini che «la Groenlandia ci serve per la nostra sicurezza» e che «potrei imporre dei dazi ai paesi che non sono d’accordo con l’annessione». Il problema, appunto, resta tutto in quel «piano» mai definito, in quella «annessione» mai formalmente richiesta, che trasforma la vicenda in un pericoloso gioco di ambiguità dove la posta in palio è la stabilità di un’intera regione.

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