James Comey si consegna: l’ex capo dell’Fbi accusato di minacciare la morte di Trump
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Redazione Esteri
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La lunga scia di tensione che lega Donald Trump a James Comey – una faida che affonda le radici nelle indagini sul Russiagate del 2016 – ha aggiunto un capitolo senza precedenti nella storia giudiziaria americana. L’ex direttore del Federal Bureau of Investigation si è costituito alle autorità in Virginia, dando seguito a un mandato d’arresto emesso in North Carolina, dove un gran giurì ha ritenuto che un post pubblicato su Instagram equivalesse a una minaccia di morte nei confronti del presidente. La fotografia, rimossa dal diretto interessato quasi subito dopo la pubblicazione, ritraeva alcune conchiglie disposte sulla sabbia in una sequenza apparentemente innocua: i numeri “86” e “47”. Secondo l’accusa federale, però, quella combinazione non era affatto casuale: nel gergo comune statunitense, spesso usato nel settore della ristorazione, “86” significa eliminare o rimuovere qualcosa, mentre “47” è il numero che identifica Trump come presidente in carica.
L’interpretazione del post e la riapertura del caso
L’indagine, inizialmente rimasta sopita dopo i primi accertamenti dei servizi segreti, ha subito un’accelerazione improvvisa in seguito a cambiamenti ai vertici del Dipartimento di Giustizia. Trump ha infatti rimosso Pam Bondi dalla carica di procuratore generale, sostituendola con Todd Blanche, un suo ex avvocato personale che ha impresso una svolta decisa alle indagini. Proprio Blanche, in una conferenza stampa, ha definito il comportamento di Comey “qualcosa che non tollereremo mai”, spiegando che l’ex capo dell’Fbi è accusato di aver volutamente minacciato di uccidere o infliggere lesioni fisiche al capo dello Stato. La difesa, guidata dall’avvocato Patrick Fitzgerald, ha già annunciato la strategia processuale: cercherà di far archiviare il caso sostenendo che si tratti di una “persecuzione vendicativa e selettiva”, una ritorsione politica per il ruolo avuto da Comey nell’inchiesta sui legami tra Mosca e la campagna elettorale del tycoon.
La costituzione in Virginia e i precedenti giudiziari
Comey, che vive in Virginia, si è presentato spontaneamente al tribunale federale di Alexandria. Durante l’udienza, durata pochi minuti, l’ex funzionario non ha pronunciato dichiarazioni formali sulla sua colpevolezza o innocenza, limitandosi ad annuire mentre il magistrate judge gli illustrava i capi d’imputazione. Il giudice ha disposto il rilascio senza condizioni particolari, sottolineando che non erano necessarie restrizioni, esattamente come non lo erano state in una precedente occasione. Questo rappresenta il secondo atto di accusa nei confronti di Comey nel giro di pochi mesi: lo scorso settembre era stato incriminato per falsa testimonianza e ostruzione della giustizia, relativamente a presunte bugie raccontate al Congresso durante le deposizioni sul Russiagate. Quel procedimento, però, era crollato a novembre, quando un giudice federale aveva dichiarato irregolare la nomina del procuratore che aveva avviato l’azione penale.
La strategia della difesa e il nodo della libertà di espressione
Il cuore della battaglia legale che si prospetta davanti alla corte della North Carolina – dove il fascicolo è stato incriminato con il numero 4:26-cr-00016 – riguarda il confine tra minaccia reale e iperbole politica. Gli avvocati di Comey punteranno sul Primo Emendamento, che garantisce la libertà di espressione, sostenendo che una foto di conchiglie non possa costituire reato senza la prova di una volontà effettiva di nuocere. D’altronde, lo stesso Comey aveva rimosso il post scrivendo: “Non mi ero reso conto che alcune persone associano quei numeri alla violenza. Non era mia intenzione”. In un video pubblicato su Substack dopo l’arresto, l’ex direttore dell’Fbi ha ribadito: “Sono ancora innocente. Non ho ancora paura. E continuo a credere nell’indipendenza della magistratura”, aggiungendo che “non è questo il modo in cui il dipartimento dovrebbe operare”. La procura, dal canto suo, dovrà dimostrare che il messaggio cifrato superava la soglia della semplice critica politica, configurandosi come una “vera minaccia” punibile dalla legge federale, un reato che espone a una pena massima di dieci anni di reclusione.




