Ucraina, raid della Russia su Brovary. I droni ucraini colpiscono Tuapse: le ultime sulla guerra

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La guerra, come spesso accade nei conflitti protratti, non concede tregua nemmeno nelle ore notturne, trasformando il sonno in un lusso pericoloso per i civili intrappolati tra due fuochi. Nella notte tra domenica e lunedì, la macchina bellica russa ha orchestrato un nuovo attacco con droni ai danni dell’oblast di Kiev, concentrando la propria offensiva sulla città di Brovary, una roccaforte dell’hinterland orientale della capitale che già nei primi giorni dell’invasione era stata teatro di duri scontri. Secondo quanto riportato dalle autorità locali, e confermato da una breve nota del governatore Mykola Kalashnyk, le esplosioni hanno squarciato il silenzio colpendo almeno due abitazioni; un uomo, la cui identità non è stata divulgata, è stato estratto dalle macerie e trasportato d’urgenza in un nosocomio della zona per ricevere le cure del caso. L’eco di quegli scoppi, che i residenti hanno descritto come un tuono improvviso e persistente, si inserisce in un copione ormai tristemente noto: la guerra dei droni, a bassa quota, è diventata la cifra stilistica di un conflitto in cui il fronte si è ormai liquefatto, infiltrandosi nelle crepe della vita quotidiana.

La risposta ucraina e il fronte del Caucaso

Mentre a Brovary si contavano i danni, la controffensiva ucraina non si è fatta attendere, spostando il teatro delle operazioni ben oltre i confini nazionali, precisamente nel territorio di Krasnodar, nel sud della Russia. Obiettivo dichiarato delle forze di Kiev, anche in questo caso mediante l’impiego massiccio di velivoli senza pilota, è stato il porto strategico di Tuapse, un hub cruciale per l’export di prodotti petroliferi russi che sorge sulle rive del Mar Nero. Le incursioni, che non rappresentano un episodio isolato bensì una recrudescenza di attacchi sistematici, hanno centrato in pieno la raffineria locale, causando un vasto incendio le cui fiamme sono state immortalate in numerosi video diffusi in rete. L’amministrazione regionale, attraverso la voce del governatore Veniamin Kondratiev, ha confermato l’accaduto parlando di un "attacco massiccio"; il bilancio, in questo caso, parla di almeno una vittima tra i lavoratori o i residenti della zona portuale, oltre a danni collaterali che hanno interessato infrastrutture civili come una scuola e un asilo. Si tratta, per la precisione, del secondo raid subito dallo stesso scalo nel giro di meno di una settimana, un segnale evidente di come le capacità di proiezione bellica ucraina si stiano affinando, mirando a colpire l’economia del nemico nel suo ventre molle.

Le crepe nell’apparato di Kiev e le dimissioni ai vertici

Sul fronte interno ucraino, però, non tutto scorre liscio e le tensioni emergono anche dagli apparati di sicurezza, tradizionalmente considerati il baluardo della resistenza. Un episodio di cronaca, che si intreccia pericolosamente con le dinamiche belliche, ha scosso le fondamenta della polizia della capitale. In seguito alla diffusione di alcune immagini – rilanciate dai media e divenute virali – che ritraevano agenti di pattuglia intenti ad allontanarsi da un luogo in cui era in corso un attentato, abbandonando di fatto i civili al loro destino, il capo della polizia di Kiev ha deciso di rassegnare le proprie dimissioni. Le riprese, oggetto di un’aspra polemica pubblica, mostravano gli uniformati fuggire via senza prestare soccorso alle vittime di un agguato avvenuto nel distretto di Holosiivskyi. Il comandante dimissionario, nell’assumersi la responsabilità politica e disciplinare del comportamento dei suoi uomini – che lui stesso ha definito "non professionale e indegno di una divisa" – ha cercato di arginare una crisi di fiducia che rischiava di minare il rapporto già fragile tra cittadinanza e forze dell’ordine in tempo di guerra. Le autorità hanno comunque avviato un’indagine interna per accertare le responsabilità specifiche dei due agenti fuggitivi, mentre il governo centrale ha cercato di circoscrivere l’accaduto, sottolineando che si è trattato di un’eccezione e non di una prassi diffusa.

Il fronte diplomatico: la svolta ungherese e i prestiti europei

Parallelamente agli scontri cinetici, si muove il fronte silenzioso della diplomazia e dell’economia, dove si registra un’inversione di tendenza destinata ad avere ripercussioni immediate sulla resilienza finanziaria di Kiev. L’ombra del veto ungherese, che per mesi aveva paralizzato le decisioni cruciali dell’Unione Europea, sembra finalmente diradarsi grazie al cambio di guardia avvenuto a Budapest. La commissaria europea all’Allargamento, Marta Kos, ha espresso un cauto ma deciso ottimismo nel corso di un’audizione al Parlamento europeo, suggerendo che il nuovo esecutivo magiaro potrebbe abbandonare le politiche ostruzionistiche del suo predecessore. Questo clima di distensione politica apre la strada a due scenari concreti: da un lato, lo sblocco formale dei negoziati per l’adesione dell’Ucraina all’UE, un percorso burocratico che aveva subito continui rinvii; dall’altro, e forse più urgentemente, il via libera a un nuovo maxi-prestito da 90 miliardi di euro. Questa ingente somma, inserita all’ordine del giorno del Coreper in programma per il 22 aprile, rappresenterebbe una boccata d’ossigeno vitale per le casse dello Stato ucraino, dissanguate dallo sforzo bellico e bisognose di liquidità immediata per coprire le spese sociali e la ricostruzione delle infrastrutture energetiche, spesso prese di mira dai bombardamenti russi.

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