L’euro digitale e il paradosso della sovranità: la Bce cambia rotta dopo aver combattuto il contante

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Economia Redazione Economia   -   Il progetto dell’euro digitale, lungi dall’essere una semplice evoluzione tecnica dei sistemi di pagamento, si è trasformato in questi giorni in un cantiere politico di prim’ordine; e lo ha fatto, va detto, con una certa ironia della sorte. La stessa Banca centrale europea che per anni, sotto la presidenza di Christine Lagarde, aveva inseguito l’agenda della progressiva marginalizzazione del denaro contante – quasi fosse un retaggio sporco e inefficiente di un’era pre-pandemica – oggi scopre che la dipendenza dai colossi americani delle carte di credito, Visa e Mastercard su tutti, ha svuotato il Vecchio continente di qualsiasi reale autonomia finanziaria -2-8. E così, dopo aver demonizzato la cartamoneta, la Bce si affretta a rivestirsi dei panni del salvatore della patria monetaria, proponendo proprio quella moneta digitale pubblica che fino a ieri era vista da molti osservatori, non solo tra i sovranisti, come una minaccia orwelliana. La sostanza, tuttavia, rimane: il 10 febbraio, l’Europarlamento ha votato a larghissima maggioranza – 438 voti favorevoli su un emendamento, 420 sull’altro – il sostegno politico all’euro digitale, su testi del deputato italiano Pasquale Tridico -3-6-8. Non è un dettaglio da poco, e non è nemmeno una formalità.

La retorica di Francoforte è radicalmente mutata. Piero Cipollone, membro del comitato esecutivo della Bce, è stato chiarissimo nel suo intervento all’Accademia dei Lincei: l’Europa non può più permettersi di adagiarsi sugli allori, né può esternalizzare funzioni critiche come i pagamenti a soggetti extraeuropei, la cui generosità – ha detto – potrebbe rivelarsi un’arma a doppio taglio -7. Non si tratta più, dunque, di perseguire un ideale astratto di modernizzazione fine a sé stessa, ma di correre ai ripari. Oggi, in tredici paesi dell’area euro, i pagamenti nei negozi fisici dipendono interamente da circuiti internazionali; il 70 per cento delle transazioni con carta viaggia su infrastrutture statunitensi -2-8. Questo, e non il contante, è diventato il problema esistenziale per la sovranità europea. La stessa moneta pubblica, quella emessa dalle banche centrali, è di fatto confinata al solo biglietto fisico, mentre l’economia reale – il commercio online, i trasferimenti istantanei, le app – è ormai territorio di conquista delle stablecoin denominate in dollari e dei wallet privati -5.

L’euro digitale, così come viene ora riproposto, sarebbe un passivo di cittadinanza direttamente nei confronti della Bce, accessibile a tutti e gratuito nella sua versione base -9. Funzionerebbe online e offline – quest’ultima una caratteristica centrale, che garantirebbe la transazione anche in assenza di connessione, tutelando anonimato e privacy al livello del contante -2-8. E qui sta il cortocircuito narrativo: dopo aver spinto per una digitalizzazione forzata, oggi la Bce è costretta a inseguire una parvenza di fisicità per rassicurare i cittadini. Le stesse banche, inizialmente preoccupate per una possibile fuga di depositi – ipotesi che avrebbe potuto superare i cento miliardi di euro secondo le prime simulazioni – sono state ammansite con limiti di detenzione (si parla di una soglia attorno ai tremila euro) e con la promessa che l’euro digitale non verrà remunerato, eliminando così ogni incentivo a spostare masse di risparmio dai conti correnti -8-9.

Il ritorno della geopolitica nei meandri della tecnocrazia

La narrazione che emerge dagli uffici di Francoforte è quella di una resa dei conti differita. Per anni abbiamo sentito ripetere che il contante era obsoleto, che la sua tracciabilità era insufficiente, che favoriva l’evasione e il riciclaggio. Ora, improvvisamente, la priorità è diventata la sovranità. Ma sovranità rispetto a chi? Il contesto geopolitico è cambiato radicalmente. Donald Trump è tornato alla Casa Bianca, e il suo esecutivo ha già chiarito di non avere alcuna intenzione di sostenere un dollaro digitale pubblico, lasciando campo libero alle stablecoin private e ai giganti della tecnologia finanziaria americana -5. Per l’Europa, questo significa restare prigioniera di un sistema di pagamenti costruito altrove, con commissioni che per i piccoli esercenti arrivano a costare tre o quattro volte più di quanto pagherebbero con un sistema pubblico -9.

L’architettura del wallet e le ambizioni di una infrastruttura sovrana

Il cuore del progetto, al netto della retorica, è eminentemente pratico. Si tratterà di un wallet unico, valido su tutto il territorio dell’Unione, accessibile via smartphone o tramite carta fisica. La Bce sta già lavorando ai prototipi, con l’obiettivo di avviare una fase pilota nel 2027 e un lancio effettivo nel 2029 -8. Le sperimentazioni tecniche, come i progetti Pontes e Appia, mirano a integrare la moneta di banca centrale con le tecnologie a registro distribuito, evitando che il vuoto lasciato dall’euro venga colmato da soluzioni tokenizzate esterne -1-2. Non è un caso che Cipollone abbia citato espressamente la necessità di interconnettere i sistemi di pagamento europei con quelli di paesi terzi, a partire dall’India: l’obiettivo è creare una rete alternativa a quella dominata dal dollaro, recuperando il tempo perduto -2.

Le pieghe del consenso e i nodi irrisolti della privacy

Sul fronte della riservatezza, la Bce ha dovuto fare marcia indietro rispetto ai primi bozzetti progettuali, troppo sbilanciati verso la tracciabilità totale. Oggi si insiste molto sul fatto che per le transazioni offline i dati saranno visibili solo al pagatore e al beneficiario, mentre per quelle online la Bce vedrà solo codici cifrati, non le identità -2-9. Resta il fatto, però, che l’infrastruttura abilita un livello di monitoraggio potenzialmente senza precedenti, e la rassicurazione che “non guarderemo” è cosa ben diversa dalla garanzia strutturale che “non possiamo guardare”. La differenza, per chi ha a cuore la libertà finanziaria individuale, non è marginale. E mentre l’Eurocamera applaude, i nodi veri – il rapporto con le banche commerciali, l’effettiva indipendenza dagli umori politici di turno, la definizione precisa dei limiti di detenzione – restano tutti ancora da sciogliere.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.