Manolo Portanova, confermata la condanna in appello a sei anni per violenza di gruppo, scende in campo domenica

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Redazione Sport Redazione Sport   -   La corte d’assise d’appello di Firenze ha ribadito, lo scorso giovedì, il verdetto di primo grado che aveva inflitto sei anni di reclusione al calciatore della Reggiana, Manolo Portanova, per violenza sessuale di gruppo ai danni di una studentessa allora ventunenne. La stessa sentenza, che ha destato un certo clamore negli ambienti sportivi e istituzionali, ha riguardato anche lo zio del giocatore, Alessio Langella, la cui posizione è stata giudicata in maniera analoga con un’identica pena detentiva. La vicenda, come ricorderanno i lettori, risale alla tarda primavera del 2021, precisamente alla notte tra il 30 e il 31 maggio, quando in un appartamento di Siena si consumò l’aggressione: la giovane, che secondo quanto ricostruito dall’accusa avrebbe dovuto incontrare soltanto il calciatore, si trovò invece a che fare con un gruppo di cui facevano parte anche un minorenne (già condannato in via definitiva a tre anni) e un altro soggetto, Alessio Cappiello, attualmente in attesa di giudizio in primo grado con rito ordinario.

«L’incubo è finito»: la reazione della vittima si scontra con la proclamazione d’innocenza del capitano

Mentre la giustizia ordinaria procedeva nel suo binario, la giovane offesa, assistita dall’avvocato Jacopo Meini, ha affidato ai propri legali un sospiro di sollievo inequivocabile, definendo la conclusione di questo secondo grado di giudizio come la fine di un lungo calvario. Dall’altra parte, però, il clima appare radicalmente opposto: Manolo Portanova, che in questa stagione di Serie B ha raccolto cinque reti in ventidue presenze da titolare -3, ha tuonato con forza la propria estraneità ai fatti contestati, arrivando a dichiarare di gridare la propria innocenza «fino alla fine», parlando di una situazione «incredibile» che lo opprime da ormai mezzo decennio. Le sue dichiarazioni, cariche di frustrazione, non hanno però fermato la macchina giudiziaria, anzi la difesa ha già annunciato il ricorso in Cassazione, il che significa che – nonostante la pesantezza della condanna – per il momento non vi è alcun Titolo esecutivo che ne limiti la libertà personale.

Il pressing del comune di Reggio Emilia: «La società valuti provvedimenti»

Proprio in virtù di questo stato di non definitività della sentenza, il centrocampista sarà regolarmente in campo domenica a Padova, sfida cruciale per la salvezza della sua squadra, indossando anche la fascia di capitano. Una circostanza, questa, che ha inevitabilmente innescato un dibattito acceso, alimentato dall’intervento diretto del comune di Reggio Emilia. Le assessore allo Sport e alle Pari Opportunità, Stefania Bondavalli e Annalisa Rabitti, hanno infatti emanato una nota ufficiale nella quale, pur prendendo le distanze dalla violenza e manifestando «forte preoccupazione» per quanto emerso finora, sollecitano l’AC Reggiana e la giustizia sportiva a valutare «eventuali provvedimenti». Un passaggio testuale, quello delle due rappresentanti dell’amministrazione, che ribadisce il principio dello Stato di diritto e il dovere di rispettare l’operato dei giudici in attesa del terzo grado, ma che non rinuncia a chiedere una presa di posizione etica al club.

L’intreccio tra tempi processuali e regolamenti sportivi lascia il giocatore in campo

Per comprendere appieno la dinamica che permette a un uomo condannato in appello a sei anni di reclusione di continuare a scendere sull’erba del “Città del Tricolore” – sia pure in trasferta – occorre analizzare il rapporto, non sempre lineare, tra il diritto penale e il diritto sportivo. La procura federale della Figc, già in passato, aveva tentato di aprire un procedimento nei confronti dell’atleta, ma la Corte Federale ha sospeso ogni giudizio disciplinare «fino alla formazione del giudicato» in sede penale. In pratica, come hanno osservato diversi addetti ai lavori, gli organi del calcio italiano hanno stabilito di non possedere gli strumenti normativi per intervenire finché la Cassazione non si sarà pronunciata in via definitiva, anche se i fatti contestati (è bene ricordarlo) non sono avvenuti durante un evento sportivo. Ne consegue che Portanova, almeno per questa stagione, potrà continuare a svolgere la sua professione, una possibilità che trova fondamento nella presunzione di non colpevolezza fino all’ultimo grado di giudizio, sebbene la legge Severino – che prevede la sospensione per i pubblici ufficiali – non si applichi automaticamente ai calciatori in questi specifici contesti extragiudiziari. Una situazione paradossale, se vogliamo, che vede il capitano della Reggiana libero di giocare mentre pende sulla sua testa una condanna che, se diventasse irrevocabile, gli cambierebbe per sempre la vita.

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