Manolo Portanova condannato in appello a sei anni, la cassazione come ultima spiaggia

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Redazione Sport Redazione Sport   -   La corte d’assise d’appello di Firenze, pronunciandosi al termine di un procedimento che si è sviluppato per oltre un biennio, ha sostanzialmente cristallizzato la posizione del calciatore della Reggiana, Manolo Portanova, senza concedere alcuno spazio a quel “ribaltone” che il suo fronte legale, a dirla tutta, forse paventava. La pena, inflitta in primo grado dal tribunale di Siena, rimane quella pesantissima dei sei anni di reclusione: una condanna per violenza sessuale di gruppo e lesioni, maturata in relazione a fatti che risalgono alla notte tra il 30 e il 31 maggio del 2021, quando l’allora ventunenne vittima – una studentessa romana che oggi ha ventisei anni – subì un’aggressione sessuale nel capoluogo toscano. I giudici di secondo grado, recependo in toto la richiesta dell’accusa, hanno quindi confermato non solo il destino del centrocampista, ma anche quello di uno dei suoi familiari.

Il verdetto che investe un gruppo ristretto di imputati

Nel mirino della procura, fin dall’avvio delle indagini, erano finiti quattro uomini: oltre a Portanova, vi figuravano suo fratello – che all’epoca dei fatti era ancora minorenne e ha pertanto seguito un iter processuale distinto –, suo zio e un amico. Ed è proprio lo zio del calciatore, processato anch’egli con rito abbreviato, a vedersi irrogare la medesima condanna a sei anni dalla corte fiorentina; un verdetto, quest’ultimo, che replica pedissequamente quanto già deciso dal tribunale senese. L’impianto accusatorio, dunque, non ha subìto scalfitture significative nel passaggio tra i due gradi di giudizio, e la ricostruzione della violenza di gruppo – consumatasi in un contesto notturno e rimasto a lungo al centro di accertamenti complessi – tiene perfettamente.

Le parole del giocatore e la scelta del ricorso

Manolo Portanova, venticinque anni da compiere e attuale capitano della Reggiana (un ruolo, va detto, di grande visibilità e responsabilità all’interno dello spogliatoio emiliano), ha ascoltato la sentenza in aula, circondato dai genitori e da altri parenti. Uscito dal tribunale, il centrocampista non ha nascosto lo sconcerto: «È assurdo – ha dichiarato –, sono cinque anni che sto vivendo una situazione incredibile». Una frase, quella pronunciata a caldo, che fa da contraltare alla sua professione d’innocenza, mai venuta meno nel corso dell’intera trafila giudiziaria. L’avvocato Gabriele Bordoni ha già confermato l’intenzione di presentare ricorso in Cassazione, e Portanova stesso ha ribadito: «Non mi fermo perché credo nella giustizia». La terza corte, con ogni probabilità, rappresenta l’ultima chance per scardinare un verdetto che, al momento, appare blindato.

Un caso che attraversa il mondo del calcio professionistico

Soltanto pochi giorni prima della lettura del dispositivo, Portanova era tornato al gol con la maglia della Reggiana, interrompendo un digiuno collettivo che durava da sei partite. Quel momento di euforia sportiva, oggi, appare drammaticamente lontano. La conferma della condanna a sei anni – una pena particolarmente afflittiva per un reato che colpisce la sfera più intima della vittima – impone una riflessione che, volenti o nolenti, investe l’intero ambiente calcistico, abituato a convivere con la presunzione d’innocenza fino a sentenza irrevocabile. La procura aveva chiesto la conferma, e la corte d’appello non si è discostata di un millimetro: resta ora da capire se la Cassazione vorrà ribaltare o almeno ridimensionare l’impianto costruito in due gradi di giudizio.

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