La nuova dottrina usa nel Golfo: non più solo guerra, ma lo strangolo economico come arma

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Sotto la superficie delle tregue negoziali, che per ora tengono sospese le ostilità su scala classica, una trasformazione silenziosa ma pervasiva sta ridisegnando gli equilibri dello Stretto di Hormuz. La crisi, ormai, non si gioca più soltanto con i caccia e i vettori missilistici – anche se quelli restano pronti nelle polveriere galleggianti – bensì su un piano più insidioso, quello della resilienza economica. Gli Stati Uniti, orfani di una chiara definizione di “escalation controllata” e consapevoli che una guerra totale costerebbe cara a catene logistiche già provate, hanno iniziato ad applicare una strategia speculare a quella usata per anni da Teheran: il blocco navale come leva di asfissia finanziaria. Non si tratta più soltanto di colpire obiettivi militari, ma di negare al nemico il respiro commerciale, intercettando e deviando le navi dirette ai suoi porti.

Il cacciatorpediniere e l’immagine della Casa Bianca

Venerdì 24 aprile, il Comando Centrale statunitense (CENTCOM) ha diffuso un’immagine che, nelle intenzioni del Pentagono, non lascia spazio a interpretazioni ambigue. La foto ritrae la USS *Rafael Peralta*, un cacciatorpediniere lanciamissili della classe Arleigh Burke, mentre partecipa attivamente al dispositivo navale che monta la guardia fuori dagli approdi iraniani. Secondo la didascalia ufficiale, la nave bloccata nella foto stava tentando di raggiungere un porto iraniano; una ricostruzione successiva di Reuters, basata sulla configurazione del ponte, sull’albero e sulla sovrastruttura dell’unità militare confrontata con immagini d’archivio, ha confermato l’identificazione del DDG 115. La scelta di rendere pubblica questa operazione – una rottura con la tradizionale opacità delle manovre in zona di guerra – è già di per sé un messaggio.

La guerra si trasferisce sui porti e sulle scorte

Mentre la delegazione americana è in viaggio verso Islamabad, dove i negoziati dovrebbero ripartire a breve, il Pentagono porta avanti una doppia linea: offrire un varco diplomatico, ma preparare il terreno per una ripresa degli scontri che, prevedibilmente, non assomiglierà alla prima fase del conflitto. Fonti vicine al dossier fanno trapelare che, in caso di fallimento delle trattative, i target principali non saranno più soltanto installazioni missilistiche o depositi di carburante, bensì le infrastrutture di collegamento con lo Stretto di Hormuz. Il modello, in questo caso, è quello già sperimentato in Venezuela, dove la pressione navale combinata a sanzioni finanziarie ha prodotto un collasso silenzioso ma efficace. Il New York Times, da parte sua, ha aggiunto un tassello inquietante: le scorte di missili e armi accumulate da entrambe le parti subirebbero un rapido deperimento o sarebbero già state parzialmente “bruciate” – cioè utilizzate o rese inagibili – costringendo lo stesso Pentagono a correre ai ripari con nuovi rifornimenti d’emergenza.

La controffotografia iraniana: cargo sequestrati in tv

Teheran, dal canto suo, non resta a guardare. La televisione di Stato iraniana ha mandato in onda, proprio nelle stesse ore, un servizio che funge da dichiarazione di presenza. Le immagini mostrano due navi portacontainer – la *MSC Francesca* e la *Epaminondas* – ancorate nei pressi dello Stretto, sottolineando che il sequestro (avvenuto mercoledì 22 aprile per mano del delle Guardie della Rivoluzione Islamica) è un atto legittimo di controllo su uno dei corridoi marittimi più strategici al mondo. Il filmato, girato con cura documentaria, mostra i cargo in stato di fermo, con le gru bloccate e nessun equipaggio visibile nelle inquadrature: una prova di forza che intende ribadire, quasi in diretta, che la porta di Hormuz non si apre né si chiude soltanto per volontà americana.

Nessuna conclusione, solo fatti incrociati

Le informazioni sulle future mosse militari – trapelate più o meno deliberatamente – fanno ormai parte integrante della strategia: la minaccia preventiva, nella logica del CENTCOM, è essa stessa un’arma. Il dado non è ancora tratto, ma è chiaro che la crisi ha imboccato una fase ibrida, dove la cronaca nera delle intercettazioni navali si mescola alle inchieste sui depositi di munizioni e alle diplomazie parallele. La USS *Rafael Peralta* continua a solcare quelle acque, la tv iraniana mostra i cargo come trofei, e i delegati volano verso Islamabad. Il Golfo, in attesa, trattiene il respiro.

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