Nuovi raid israeliani in Libano, le macerie di Nabatieh e le storie invisibili di una guerra senza tregua
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Redazione Esteri
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L’aria è ancora densa di polvere e fumo, a Nabatieh, nel sud del Libano, dove un nuovo raid israeliano ha ridotto un palazzo – situato in prossimità di una struttura governativa – in un cumulo di cemento armato e lamiere contorte. I soccorsi, attivatisi subito dopo l’esplosione, si sono faticosamente fatti largo tra macerie fumanti e detriti, mentre le colonne di fumo si alzavano visibili dall’intera città. Secondo una fonte ufficiale citata dall’Afp, almeno dieci membri delle forze di sicurezza statali avrebbero perso la vita in questo attacco, anche se il conteggio definitivo resta provvisorio, considerato il perdurare delle operazioni di recupero. I team di emergenza, impegnati in un lavoro lento e pericoloso, hanno dovuto procedere con estrema cautela, temendo eventuali crolli secondari o la presenza di ordigni inesplosi.
I drammi invisibili che non arrivano da questa parte del mondo
C’è però un’altra guerra, fatta di storie che raramente varcano i confini occidentali, e che pure disegna il quotidiano di chi vive tra Tiro e Sidone. Un uomo, per esempio, stava guidando sull’autostrada che circonda Beirut; a un certo punto, il suo telefono squilla. Dall’altra parte, un numero israeliano. L’uomo risponde, e la voce gli intima di fermarsi immediatamente: stanno per colpire l’auto che lo precede. Lui obbedisce, accosta, e poco dopo un drone centra in pieno il veicolo davanti al suo. Non ci sono immagini di questo genere di episodi, né servizi che ne raccontino la surreale ordinarietà. Ci sono solo i corpi da tirare fuori, le famiglie che aspettano, e quel ronzio costante di droni tra le nuvole, come una colonna sonora inamovibile.
Ponti distrutti e il fiume Litani che scorre tra le macerie
Nel Sud del Libano la tregua è un ricordo lontano. I ponti sul fiume Litani, in particolare quello strategico di Qasmieh – ultimo collegamento rimasto tra il Nord e il Sud del Paese, rientrato in funzione solo da un giorno – sono stati in gran parte distrutti. Di quell’infrastruttura non resta in piedi che un breve tratto: cinquecento metri al massimo di lunghezza, duecento di larghezza, appena sufficienti per far passare qualche mezzo di soccorso. Il Litani scorre tranquillo, ingrossato dalle piogge recenti, ma l’aria sa ancora di tempesta, mentre un drone israeliano ronza ostinato tra le nuvole basse. È proprio su questo esile lembo di asfalto, circondato da piantagioni di banani e serre di pomodorini, che due giorni fa si è abbattuta parte delle centinaia di missili israeliani dell’operazione chiamata “Oscurità Eterna”.
Il recupero delle vittime e le operazioni sotto le macerie
A Nabatieh, intanto, i soccorritori procedono senza sosta. Ogni tanto si fermano, ascoltano, cercano voci o colpi contro il cemento. Poi riprendono a scavare con le pale, a mani nude se serve, mentre i telefoni dei parenti squillano inutilmente tra i detriti. Dieci membri delle forze di sicurezza, dice la fonte ufficiale, ma nessuno può giurare che sotto quelle macerie non ce ne siano altri, o che qualcuno – chissà – sia ancora vivo. Le ambulanze vanno e vengono, i feriti vengono portati via in fretta, senza troppe sirene: anche il rumore, a volte, è un lusso che non ci si può permettere.




