La guerra in Iran e il referendum tagliano in due la politica italiana
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Redazione Esteri
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Il fronte politico interno si scopre lacerato su due crisi parallele che, pur nella loro diversità, finiscono per sovrapporsi e alimentare un dibattito sempre più polarizzato: da un lato l’escalation militare in Iran, con il ruolo delle basi Nato sul territorio e la posizione ambigua del governo; dall’altro la campagna per il referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo, che vede maggioranza e opposizione arroccate su posizioni inconciliabili. Una frizione che, nei fatti, racconta di due visioni opposte non solo della politica estera o dell’ordinamento giudiziario, ma del ruolo stesso che l’Italia dovrebbe giocare in uno scenario internazionale in fiamme.
Sul versante della crisi mediorientale, l’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele all’Iran – operazione che ha già causato una pericolosa impennata dei prezzi energetici e riportato d’attualità il tema delle servitù militari alleate – ha riacceso lo scontro tra chi chiede una presa di distanza netta da quelle che vengono definite “operazioni illegali” e chi, invece, pur tra mille cautele verbali, finisce per allinearsi alle dinamiche atlantiche. Le opposizioni, con Elly Schlein in prima fila, attaccano duramente quella che definiscono una subalternità del governo a Donald Trump, tornato alla Casa Bianca e determinato a chiudere la partita con Teheran con la forza. “Questa guerra illegale va fermata”, ha ripetuto la segretaria del Pd, ribadendo il no all’utilizzo delle basi italiane – da Sigonella ad Aviano, da Camp Darby alla Caserma Ederle di Vicenza – per operazioni di supporto agli attacchi. Una presa di posizione che si scontra con la realpolitik dell’esecutivo: il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, pur parlando di pace e stabilità, ha confermato la disponibilità a fornire assistenza ai paesi del Golfo, anche attraverso strumenti militari, mentre il Viminale, con Matteo Piantedosi, sembra preoccuparsi più dell’eventuale esplosione della piazza che del rischio concreto di attentati.
È in questo clima che si inserisce la mossa del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, il quale ha convocato d’urgenza il Consiglio Supremo di Difesa per ricondurre la barra del discorso pubblico all’interno di un perimetro costituzionale chiaro, mettendo un freno alle ambiguità lessicali che avevano caratterizzato le prime reazioni dell’esecutivo. Dal documento finale della riunione al Quirinale – a cui hanno partecipato la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, e i vertici militari – emerge una linea netta: l’Italia non parteciperà alla guerra, l’uso delle basi dovrà avvenire nel rigoroso rispetto degli accordi internazionali (che prevedono attività addestrative e di supporto logistico, non azioni di combattimento diretto) e ogni eventuale richiesta che ecceda questi limiti dovrà essere sottoposta al vaglio del Parlamento. Un intervento, quello del Capo dello Stato, che ha di fatto corretto e messo in cornice le svirgolate e i tentennamenti iniziali, riaffermando il principio secondo cui la Repubblica ripudia la guerra e ogni azione deve muoversi entro i binari del diritto internazionale. Un diritto che, come ha ricordato Mattarella, oggi viene “preso a picconate” in troppe parti del mondo.




