Referendum sulla separazione delle carriere, la battaglia per la giustizia entra nel vivo
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Redazione Interno
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Mentre la raccolta firme per la richiesta di referendum sulla riforma della separazione delle carriere in magistratura ha ormai superato le duecentoquarantamila adesioni, superando così la metà del traguardo necessario, il quadro politico e istituzionale attorno alla consultazione si delinea con sempre maggiore nettezza. La petizione, che è possibile sottoscrivere con le credenziali Spid o con la Carta d'identità elettronica sul portale del ministero della Giustizia, è stata aperta lo scorso 22 dicembre, dopo che un gruppo di quindici giuristi aveva presentato in Cassazione una proposta alternativa a quelle già avanzate da parlamentari di maggioranza e opposizione, le cui richieste erano state ammesse dalla Suprema Corte nel mese di novembre. La procedura, come spesso accade in questi casi, presenta delle zone d'ombra interpretative che hanno finito per ritardare la fissazione di una data ufficiale per il voto, suscitando non poche perplessità in chi vede nella riforma un potenziale vulnus per l'equilibrio dei poteri.
L'incertezza sulla data e l'inizio della campagna
Alcuni costituzionalisti, tra i quali il professor Alfonso Celotto dell'Università Roma Tre, hanno spiegato come sussistano due diverse letture della normativa: da un lato, il governo avrebbe già la facoltà di indicare la data del referendum, considerato il via libera della Cassazione alle prime richieste risalente ormai allo scorso autunno; dall'altro, l'esecutivo potrebbe legittimamente attendere il prossimo 30 gennaio, termine ultimo per il deposito di eventuali ulteriori proposte referendarie sullo stesso tema. Questa ambiguità, che ha il sapore di un tecnicismo giuridico, di fatto mantiene in una fase di stallo l'intero processo, lasciando spazio a letture politiche sull'eventuale volontà di gestire i tempi della consultazione. Nel frattempo, però, la macchina della campagna referendaria si è già messa in moto, e non certo in sordina.
Il fronte del Sì e le preoccupazioni degli oppositori
A dare il via ufficioso alla battaglia per il Sì sarà proprio il ministro della Giustizia Carlo Nordio, che mercoledì 14 gennaio presenterà il suo libro "Una nuova Giustizia" nell'aula dei gruppi parlamentari della Camera dei Deputati. Un evento, quello in programma, che mescola abilmente la dimensione istituzionale con quella della promozione personale delle tesi a favore della riforma, segnando di fatto l'avvio della contesa sul merito della questione. La proposta, che punta a dividere in modo netto la carriera dei magistrati giudicanti da quella dei pubblici ministeri, è vista dai suoi promotori come un necessario passo verso una maggiore terzietà e indipendenza della giurisdizione. I suoi critici, tuttavia, vi scorgono un pericoloso strumento di indebolimento della magistratura nel suo complesso, potenzialmente in grado di alterare gli attuali contrappesi democratici.
Il ricordo di battaglie costituzionali passate
Non è la prima volta, del resto, che il Paese si trova a dover respingere, attraverso il voto popolare, tentativi di riforma costituzionale percepiti come squilibranti. Le precedenti vicende referendarie, quelle che hanno visto la netta affermazione del No a modifiche dell'assetto dei poteri dello Stato, sono ancora vividamente impresse nella memoria collettiva. In quelle occasioni, come ricorda chi cita l'aria pucciniana "Nessun dorma", spesso utilizzata in contesti di alto pathos politico, la mobilitazione delle forze democratiche e di una parte consistente dell'opinione pubblica fu decisiva. Oggi, osservano alcuni, quella stessa sollecitudine nel difendere gli equilibri fondamentali sembra latitare, o comunque non esprimersi con la forza e la chiarezza che la posta in gioco richiederebbe, in un silenzio che appare a molti assordante e carico di rischi.




