Referendum giustizia, la sfida della separazione delle carriere si avvicina al voto
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Redazione Interno
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Il confronto sulla riforma dell’ordinamento giudiziario, quello che ha portato all’indizione del referendum confermativo in programma per il 22 e 23 marzo del 2026, rappresenta il punto di approdo – o forse sarebbe meglio dire lo snodo cruciale – di una tensione dialettica che da decenni attraversa il dibattito pubblico e le aule parlamentari. Una tensione, va detto, che contrappone due visioni dell’architettura costituzionale della giustizia difficilmente conciliabili, e che oggi, al di là degli schieramenti e delle appartenenze, chiama i cittadini a esprimersi su un nodo tecnico-giuridico di quelli pesanti, destinato a ridisegnare i connotati del potere giudiziario. Il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, torna a insistere sul fatto che la separazione netta tra la carriera dei pubblici ministeri e quella dei giudici – cardine dell’intervento voluto dal governo – rappresenti la logica conseguenza di un percorso avviato da tempo, citando in proposito l’opera del giurista socialista Giuliano Vassalli, e aggiungendo come questo esecutivo stia riuscendo laddove i precedenti avevano invece fallito -3.
Se si scende nel dettaglio della riforma, e lo si deve fare con la massima attenzione possibile vista la posta in gioco, ci si imbatte in una serie di modifiche costituzionali di non poco conto: su tutte, la previsione di due distinti Consigli superiori della magistratura, uno per i giudicanti e uno per i requirenti, e l’introduzione del sorteggio per la selezione di una parte dei componenti togati di questi stessi organi -7-9. L’obiettivo dichiarato da via Arenula, e ribadito più volte nel corso della campagna elettorale per il Sì, è quello di stroncare alla radice il fenomeno del correntismo, quel sistema di potere interno alle toghe che, secondo i fautori della riforma, finirebbe per condizionare pesantemente le carriere e le assegnazioni degli incarichi. Il sorteggio, ha spiegato lo stesso Nordio in diverse occasioni, servirebbe proprio a evitare quel mercimonio di cariche e di funzioni che oggi si consumerebbe all’ombra delle correnti, trasformate in veri e propri partitini capaci di tessere alleanze e spartire poltrone -3. Una giustizia, insomma, che per essere davvero giusta avrebbe bisogno di arbitri terzi, lontani da qualsiasi logica di scambio e da quella che viene definita "prossimità culturale" con l’accusa -9.
Non mancano, dall’altro lato della barricata, le voci di chi invita a riflettere con cautela, a non lasciarsi abbagliare da slogan e semplificazioni, e a valutare invece la portata complessiva di un cambiamento che rischierebbe di alterare equilibri consolidati. A Genova, per esempio, un gruppo di trentadue personalità del mondo della cultura, dell’università e delle professioni – tra cui scrittori, musicisti, medici e avvocati – ha lanciato un appello per il No intitolato "Senza fanatismi: cittadini genovesi per il NO al Referendum Giustizia" -4. Nella loro nota, questi sottolineano come la contrarietà alla riforma non nasca da pregiudiziali politiche, né tantomeno da una difesa d’ufficio della magistratura, ma da una valutazione obiettiva dei contenuti, ritenuti distanti dalle vere emergenze del settore – l’inefficienza, la carenza di risorse, l’organizzazione farraginosa – e anzi capaci di peggiorare la conflittualità tra governo e toghe, con il rischio concreto di indebolire la separazione dei poteri -4. In questo quadro si inseriscono anche le dichiarazioni del costituzionalista Roberto Toniatti, il quale, intervenendo a un dibattito a Rovereto con il senatore M5S Ettore Licheri, ha espresso serie perplessità sul metodo del sorteggio, che lungi dall’assicurare imparzialità finirebbe per rendere i magistrati più vulnerabili e intimidibili, spezzando quel legame di rappresentanza che oggi lega gli eletti ai loro elettori -1.
A rendere l’atmosfera ancora più incandescente, se possibile, ci si mettono anche le polemiche legate ad alcune uscite del procuratore di Napoli, Nicola Gratteri, le cui parole contro la riforma hanno provocato l’apertura di una pratica al Csm per valutare eventuali profili disciplinari e innescato una ridda di reazioni politiche -5. Da una parte, esponenti della maggioranza come Gianpiero Zinzi della Lega hanno parlato di dichiarazioni inopportune, lesive dell’immagine di terzietà che ci si aspetterebbe da un alto rappresentante delle istituzioni, mentre dall’altra il Partito Democratico ha preso le distanze dalle parole del magistrato, pur difendendone l’operato e la storia personale -5. Sul fronte opposto, figure storiche come Antonio Di Pietro, ex magistrato di Mani Pulite, si sono schierate con decisione per il Sì, utilizzando metafore calcistiche per spiegare la necessità di separare il ruolo dell’arbitro da quello del giocatore, e attaccando duramente quanti – a suo dire – spargono fake news e tentano di allarmare l’opinione pubblica con scenari catastrofici -6.
Il fronte del No si allarga: dai sindaci ai "cittadini senza fanatismi"
L’opposizione alla riforma, come si diceva, non corre soltanto sui binari della politica parlamentare, ma si articola in una serie di iniziative che partono dalla società civile e dal territorio. Oltre all’appello dei genovesi, va segnalata la presa di posizione di oltre centocinquanta sindaci italiani – tra cui i primi cittadini di Roma, Napoli, Torino, Bologna, Firenze e Bari – che hanno firmato un documento promosso da Autonomie Locali Italiane per esprimere la loro contrarietà a un testo che, a loro giudizio, non tocca i veri nodi strutturali della macchina giudiziaria -8. I primi cittadini, che pure hanno giurato sulla Costituzione e dicono di sentirsi in dovere di difenderla, lamentano il fatto che la riforma ignori questioni come il sottodimensionamento degli organici, la carenza di personale amministrativo, la lentezza dei processi, per concentrarsi invece su una "non questione" quale sarebbe la separazione delle carriere, già di fatto molto limitata nella prassi -8. D’altra parte, i fautori del Sì – da Carlo Giovanardi ad Adriana Poli Bortone, passando per Alex Airoldi e Gianfranco Rotondi, che hanno dato vita al comitato #CiSÌamo – insistono nel sostenere che sia giunto il momento di percorrere l’ultimo miglio di questa campagna referendaria, per far sentire più forte la voce di chi crede nei valori della democrazia, della sovranità popolare e della dignità della persona, e per superare una volta per tutte una giustizia "domestica" che vedrebbe i magistrati giudicare i propri colleghi in un clima di omertosa solidarietà -9.
La complessa architettura della riforma e il nodo dell’Alta Corte disciplinare
A ben guardare, il cuore pulsante dell’intervento legislativo non si esaurisce però nella separazione dei percorsi professionali di giudici e pm. La riforma, infatti, interviene pesantemente anche sulla composizione e sulle funzioni degli organi di autogoverno, introducendo, come si accennava, un sistema a doppio Csm e istituendo una nuova Alta Corte disciplinare, chiamata a giudicare i comportamenti dei magistrati in modo – si spera – più imparziale e meno condizionato dalle logiche interne alle correnti -9. Quest’Alta Corte sarebbe composta da quindici membri, tra i quali tre di nomina presidenziale, tre scelti dal Parlamento in seduta comune e nove estratti a sorte tra i magistrati in possesso di determinati requisiti di anzianità e merito. Un meccanismo complesso, che i sostenitori del Sì presentano come una garanzia di terzietà e i detrattori, invece, bollano come un inutile e costoso moltiplicatore di enti, destinato ad aggravare la spesa pubblica – si parla di cifre che potrebbero arrivare a centodieci milioni di euro – senza peraltro risolvere i problemi di fondo -4. Del resto, il ministro Nordio ha difeso con forza questo impianto, osservando che oggi il magistrato che sbaglia viene giudicato dalle stesse persone che siedono negli organi grazie al voto delle correnti, e che dunque si è venuta a creare una sorta di zona franca, una "giustizia domestica" che finisce per tutelare gli appartenenti alla casta -3.
Le schermaglie politiche e l’ombra del caso Gratteri
Nel frattempo, a poco più di un mese dal voto, le schermaglie tra i due schieramenti si fanno sempre più serrate, alimentate anche da episodi che esondano dal dibattito tecnico per assumere i contorni dello scontro politico frontale. Le recenti dichiarazioni del ministro Nordio sul caso che ha coinvolto il procuratore Gratteri, quelle in cui il Guardasigilli ha parlato di "espressioni contorte" usate dal Csm in un documento, hanno riacceso la frizione tra via Arenula e Palazzo dei Marescialli, mentre Fratelli d’Italia – con Giovanni Donzelli e Arianna Meloni in prima fila – promette una campagna elettorale pulita, lontana dalla contrapposizione destra-sinistra e incentrata sulla confutazione delle cosiddette fake news diffuse dal fronte del No -2. Il presidente del Senato, Ignazio La Russa, ha ribadito che il governo è già in campo, e la premier, nonostante gli impegni internazionali, è pronta a mobilitare l’esecutivo. Dall’altra parte, Elly Schlein chiama a raccolta l’elettorato del Partito Democratico per respingere quella che definisce una riforma pericolosa, che rischierebbe di consegnare la magistratura al controllo del potere esecutivo, alterando in modo irreversibile gli equilibri disegnati dalla Costituzione -2. In questo clima rovente, l’appello di alcuni costituzionalisti e giuristi a mantenere il dibattito su un binario tecnico, evitando di trasformare il referendum in una resa dei conti tra opposte fazioni, rischia di rimanere inascoltato: la posta in gioco è alta, e i toni, inevitabilmente, si alzano.




