Il referendum sulla giustizia e il nodo della separazione delle carriere

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Si avvicina la data del 22 e 23 marzo, e il dibattito pubblico intorno al referendum costituzionale sulla giustizia si fa sempre più serrato, sebbene, a parere di molti osservatori, si fatichi a cogliere il nucleo profondo della questione. Non si tratta, infatti, di una mera disputa tecnica tra addetti ai lavori, né di un aggiustamento ordinamentale volto a risolvere antichi contrasti tra correnti della magistratura o tra questa e il ceto politico -2. La posta in gioco, per chi invita a votare No, è assai più alta e riguarda l'architettura stessa della Repubblica, quell'equilibrio tra i poteri che i costituenti vollero presidiare con cura meticolosa. Il quesito su cui gli italiani sono chiamati a esprimersi, in un referendum che non prevede quorum e che quindi sarà valido qualsiasi sia l'affluenza, verte sull'approvazione di una legge che introduce la separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e requirenti, la creazione di due distinti Consigli superiori e l'istituzione di un'Alta Corte disciplinare -3-6.

Dinanzi a questa complessità, il costituzionalista e professore emerito Gianfranco Pasquino invita a un approccio laico e scevro da eccessi retorici. Pur annunciando il suo voto contrario, mette in guardia chi, nel fronte del No, tende a dipingere uno scenario apocalittico in caso di vittoria dei Sì: non è corretto sostenere che la riforma determinerebbe la fine della democrazia, ammonisce, e occorrerebbe invece restare ancorati al merito delle modifiche proposte. Un merito che, per Pasquino, risiede nell'analisi dei dati oggettivi, come quello che attesta l'esiguità numerica dei passaggi di funzione tra pubblico ministero e giudice, una percentuale che si aggira attorno allo 0,5% dell'organico -2. Proprio su questo dato, i fautori del No costruiscono una delle loro argomentazioni portanti: se il fenomeno che si intende contrastare è marginale, a cosa serve un intervento così dirompente sull'assetto costituzionale? A ciò si aggiunge, nelle parole di esponenti politici come Sandro Ruotolo, la preoccupazione che l'operazione, più che a garantire la terzietà del giudice, miri a rendere la magistratura più esposta alle ingerenze dell'esecutivo, indebolendo di fatto lo Stato di diritto e il principio dell'obbligatorietà dell'azione penale -4.

L'offensiva per il Sì e le ragioni di chi sostiene la riforma

Sul fronte opposto, il comitato per il Sì, in particolare attraverso l'Unione delle Camere Penali, ha lanciato una campagna comunicativa efficace e immediata, che si avvale di manifesti dal linguaggio diretto. Lo slogan prescelto, "Giocatore e arbitro non devono essere della stessa squadra", riassume in una metafora calcistica quella che per gli avvocati penalisti è una battaglia culturale decennale: la richiesta di un giudice che sia percepito come effettivamente terzo rispetto all'accusa -9. L'idea di fondo, come spiegano i sostenitori della revisione costituzionale, è che la comune appartenenza all'ordine giudiziario e la condivisione degli stessi organi di autogoverno creino una prossimità culturale e un vincolo di "fratellanza" tra pm e giudici, i quali, seppur con funzioni diverse, continuano a frequentare gli stessi circuiti e a condividere la medesima identità associativa -1. Separare le carriere, istituire due CSM distinti e introdurre il sorteggio per la selezione dei componenti togati servirebbe, in questa visione, a spezzare il correntismo e a garantire che il giudice sia realmente super partes, completando così il percorso, avviato nel 1988 con l'adozione del codice di procedura penale accusatorio, verso un processo equo e paritario -1.

Il rischio di un'eterogenesi dei fini e i nodi tecnici della riforma

Osservando la riforma con la lente d'ingrandimento del diritto, emergono dettagli non trascurabili che alimentano il dibattito tra gli specialisti. In un recente incontro tenutosi a Bari, giuristi e magistrati hanno messo in luce quelli che, a loro avviso, sono i profili più problematici del testo, paventando il rischio di un'eterogenesi dei fini. Ci si riferisce, in particolare, alla creazione di un'Alta Corte disciplinare, un organo speciale che alcuni interpreti ritengono configuri una violazione del divieto costituzionale di istituire giudici speciali sancito dall'articolo 102 della Costituzione -6. L'introduzione del sorteggio, poi, viene vista da più parti come una scorciatoia che depotenzia la rappresentatività degli organi di autogoverno, sostituendo alla selezione democratica dei migliori un meccanismo di selezione casuale che poco ha a che fare con la capacità e la preparazione. A ciò si aggiunge la preoccupazione, diffusa nel fronte del No, che separando le carriere si finisca per spezzare l'unità della giurisdizione, trasformando il pubblico ministero da magistrato inquirente in una parte processuale a tutti gli effetti, con il rischio concreto di una sua futura subordinazione alle direttive del potere esecutivo, un esito che si è già verificato in altri ordinamenti europei -6.

Un confronto che mobilita la società civile

Mentre i partiti si allineano sulle rispettive posizioni, con il Partito Democratico che ha fatto del No uno dei suoi cavalli di battaglia, come ribadito dal senatore Francesco Boccia, e la maggioranza di governo che sostiene compatta il Sì, è la società civile a mobilitarsi in incontri e dibattiti sul territorio -4-7. A Lucca, per esempio, il comitato Società civile per il No ha promosso un ciclo di appuntamenti per illustrare le ragioni del voto contrario, con la partecipazione di Giovanni Bachelet, figura di rilievo dell'associazionismo cattolico. Al di là delle contrapposizioni politiche, ciò che emerge con chiarezza è la complessità di un voto che chiama i cittadini a decidere su un impianto normativo intricato, nel quale si intrecciano visioni opposte del ruolo della magistratura e del suo rapporto con gli altri poteri dello Stato. E mentre la data del voto si avvicina, l'unica certezza è che il 22 e 23 marzo si apriranno i seggi, dalle 7 alle 23 la domenica e dalle 7 alle 15 il lunedì, per un appuntamento che, al di là dell'esito, rappresenta comunque un esercizio di democrazia diretta sull'ossatura portante della Repubblica -3-5.

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