La ridefinizione dei confini montani, tra paure e aspettative
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Redazione Interno
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La revisione della mappa dei comuni classificati come montani, un processo avviato dal ministro Calderoli, ha generato un dibattito intenso, sollevando timori concreti in molti territori. Nell'Astigiano, ad esempio, l'applicazione dei nuovi criteri metterebbe a rischio la sopravvivenza amministrativa di undici paesi, suscitando una comprensibile apprensione tra i residenti e gli amministratori locali. La decisione di sospendere temporaneamente il procedimento, accolta con sollievo da figure come Marco Listello, presidente dell'Unione Montana Langa Astigiana, ha evitato, almeno nel breve termine, quelle che molti definiscono "cancellazioni".
Il nodo della classificazione
Al centro della controversia vi è la ricerca di parametri oggettivi, tra cui l'altimetria gioca un ruolo primario, per distinguere i centri propriamente montani da quelli che, pur situati in zone collinari, godono attualmente degli stessi benefici. L'obiettivo dichiarato del governo è quello di destinare le risorse, spesso limitate, alle "vere terre alte", correggendo quelle anomalie per cui oltre la metà dei municipi italiani rientra nella categoria, a fronte di una superficie montuosa effettiva che ne copre poco più di un terzo. I sostenitori dell'operazione, come alcuni esponenti della Lega, la considerano un'occasione per una pianificazione più coerente, mentre dall'altra parte si temono effetti di marginalizzazione per intere aree.
La difesa degli enti montani
In questo clima d'incertezza, si levano voci che chiedono non una riduzione, ma un rafforzamento degli strumenti di governance per le zone interne. Giacomo Iametti, vicepresidente della Provincia di Varese, sottolinea con decisione come le Comunità Montane debbano essere considerate presidi democratici insostituibili, capaci di coordinare servizi essenziali e di valorizzare le peculiarità ambientali e sociali di territori complessi. Secondo questa visione, tali enti, lungi dall'essere un retaggio del passato, rappresentano l'unica struttura in grado di garantire una visione d'insieme e di promuovere uno sviluppo organico, contrastando lo spopolamento e la frammentazione amministrativa.
Una partita ancora aperta
La fase di ulteriore confronto promessa dal ministro, dunque, si annuncia cruciale. Si dovrà trovare un punto di equilibrio tra l'esigenza di una classificazione più rigorosa, finalizzata a ottimizzare gli interventi pubblici, e la necessità di non abbandonare quelle comunità che, pur non rispondendo a criteri altimetrici stringenti, condividono le medesime fragilità socioeconomiche dei centri di alta quota. Il rischio, altrimenti, è quello di creare nuove sacche di disagio, vanificando l'obiettivo stesso della valorizzazione. La posta in gioco è alta, perché tocca l'identità e il futuro di piccoli comuni il cui destino amministrativo è tutt'altro che secondario.




