Sardegna in prima linea contro i nuovi criteri per i comuni montani

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La revisione della classificazione dei comuni montani, prevista dalla recente legge e attualmente in fase di definizione, sta sollevando un ampio e trasversale fronte di contestazione. L’assessore regionale sardo, Giuseppe Spanedda, esprime una posizione netta, chiarendo che quella in atto non è un’isolata battaglia di retroguardia. “La Regione Sardegna è impegnata, insieme ad altre Regioni che hanno espresso nelle dovute sedi forti critiche, a contrastare un’impostazione che riteniamo inadeguata e ingiusta”, afferma, sottolineando come l’obiettivo sia la tutela di territori fragili e di un principio di equità che appare minacciato da parametri giudicati schematici e potenzialmente divisivi.

Il dissenso della comunità accademica

Alle perplessità delle amministrazioni regionali, che nella Conferenza Unificata hanno più volte sollecitato e ottenuto rinvii per approfondire la questione, si è unito con vigore il mondo universitario. Un gruppo di oltre settanta docenti ha infatti rivolto un appello diretto al ministro per gli Affari regionali e le Autonomie, Roberto Calderoli, firmatario del provvedimento. Gli accademici mettono in guardia dal rischio di cristallizzare, attraverso criteri percepiti come iniqui, un pericoloso divario tra una “montagna di serie A e una di serie B”, svuotando di sostanza gli intenti dichiarati della normativa stessa.

I nodi critici della nuova legge

La legge, che affronta temi cruciali per la vita delle terre alte – dalla sanità alla scuola, dalla gestione dei pascoli alla manutenzione dei rifugi –, contiene infatti una disposizione operativa cruciale e controversa. Stabilisce che, entro novanta giorni dalla sua entrata in vigore, siano definiti i criteri per la classificazione e sia redatto l’elenco ufficiale dei comuni montani mediante un decreto del presidente del Consiglio. È proprio su questo passaggio, tecnicamente complesso e carico di conseguenze pratiche, che si concentrano le obiezioni. Secondo i critici, tra cui molti degli studiosi firmatari dell’appello, la bozza di classificazione in discussione non solo distribuirebbe in modo disomogeneo le già esigue risorse, ma trascurarebbe del tutto questioni sistemiche fondamentali, come le strategie per l’adattamento ai cambiamenti climatici e la costruzione di una governance realmente efficace per queste aree.

Una trattativa ancora aperta

Nonostante la scadenza del 13 gennaio fissata dal ministro Calderoli dopo gli ultimi rinvii, il confronto istituzionale rimane aperto e teso. La Conferenza delle Regioni non ha ancora trovato un’intesa unanime, segno della delicatezza della posta in gioco. La posizione della Sardegna, così come quella delle altre regioni dissidenti e della compatta pattuglia accademica, punta a modificare in profondità la proposta governativa. Il timore, spesso evocato nelle dichiarazioni pubbliche, è che una classificazione rigida e basata su parametri controversi finisca per escludere arbitrariamente alcuni territori dai benefici della legge, aggravandone le condizioni di marginalità invece di promuoverne uno sviluppo sostenibile.

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