Comuni montani, la partita si gioca sui parametri mentre le regioni preparano una controproposta

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La ridefinizione della mappa dei comuni montani, un'operazione che tocca nervi scoperti e bilanci di territori spesso già fragili, prosegue tra revisioni tecniche e aspre polemiche politiche. Il ministro per gli Affari regionali e le Autonomie, Roberto Calderoli, aveva inizialmente presentato un testo che, con l'introduzione di nuovi e più stringenti criteri, mirava a una razionalizzazione degli elenchi che avrebbe però comportato una sensibile contrazione del numero di enti classificati come montani, passando dagli oltre quattromila attuali a una cifra inferiore. Una proposta, quella del ministro, che aveva sollevato non poche perplessità e timori in diverse regioni, le quali la valutavano potenzialmente penalizzante per ampie fasce del Paese, a cominciare dall'Appennino.

Le modifiche e il caso ligure

A seguito di un confronto, il ministero ha recepito alcune istanze provenienti dal territorio, modificando parzialmente i parametri. In Liguria, dove la proposta originaria avrebbe dimezzato i comuni montani portandoli da 166 a 106, il vicepresidente della regione ha annunciato che, grazie alle revisioni, il numero salirà a 129. Un taglio comunque consistente, che si attesta attorno al 20 per cento, e che non ha affatto convinto l'opposizione. Il Partito Democratico regionale, infatti, ha attaccato con durezza, chiedendo alla giunta chiarezza sulla reale adesione a una riforma che rischia di escludere numerosi borghi dagli specifici benefici legati allo status di montanità, con ripercussioni immediate su finanziamenti e servizi essenziali. "Se non fosse una questione terribilmente seria", ha dichiarato il Pd, "certe dichiarazioni meriterebbero soltanto una sonora risata", sollevando dubbi sulla trasparenza del percorso e sul reale coinvolgimento degli enti locali.

Il lavoro delle regioni per una controproposta

Parallelamente, le regioni stanno lavorando a una controproposta organica attraverso la Commissione Montagna della Conferenza delle Regioni. Dopo l'apertura dello stesso Calderoli a una riflessione condivisa, i tecnici regionali si sono riuniti più volte all'inizio di gennaio con l'obiettivo di individuare criteri alternativi, ritenuti più idonei a rappresentare la complessa realtà orografica e socio-economica italiana senza produrre effetti negativi. L'obiettivo è quello di costruire una classificazione che, pur nella necessaria razionalizzazione, non tradisca la vocazione e le specificità di quelle aree, evitando di privare, come si teme in Abruzzo per oltre cinquanta borghi, un'identità amministrativa che è anche garanzia di sopravvivenza.

Una questione che va oltre i numeri

La disputa, dunque, non è una sterile questione di numeri o di definizioni accademiche, ma investe direttamente la capacità di questi territori di pianificare il proprio futuro. La qualifica di comune montano, infatti, non è un mero attributo geografico, bensì la chiave d'accesso a un sistema di risorse, compensazioni e agevolazioni pensate per contrastare lo spopolamento e garantire livelli essenziali di servizi, dalla scuola ai trasporti, in contesti svantaggiati. Perdere questo status significherebbe, per molti piccoli centri, affrontare una battaglia ancora più impegnativa per la sostenibilità, con il concreto rischio di un ulteriore accelerazione del declino demografico ed economico. Le regioni, consapevoli di ciò, stanno cercando di trovare una sintesi che coniughi l'efficienza con la tutela, mentre il governo è chiamato a dimostrare di voler ascoltare fino in fondo le istanze che arrivano dalle aree più interne del Paese.

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